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Camilla (ode alla gioia)

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È così che succede: una mattina te ne stai tornando a casa di buon umore, nonostante sia sabato e il cielo sopra Prato non sia esattamente dei migliori; tuttavia sei sollevato, perché hai appena redatto un buon atto di appello, funzionerà, l’esame di abilitazione è ormai alle porte, oggi pomeriggio mi rilasso un poco. Richiami quel tuo amico che ti aveva cercato con insistenza mentre eri a scrivere, per sentire cosa ci fosse di tanto importante da spingerlo a chiamarti, una tarda mattinata di un sabato di fine novembre.

Che cazzo dici. Non dirlo un’altra volta, mi fai incazzare. Stai scherzando. Come è successo? Porca madonna.

Lungo la strada verso Pistoia sembra che il cielo piano piano stia diventando sempre più cupo e freddo. Che giornata di merda. Arrivo all’ospedale, eterodiretto, l’ho sempre visto dalla tangenziale e non avevo mai osato avvicinarmici. Seguo la segnaletica che recita “obitorio”. Nel momento stesso in cui leggo la parola mi si ghiaccia il sangue nelle vene, e vorrei fare inversione. Non tanto perché abbia improvvisamente realizzato l’accaduto, quanto perché ancora mi rifiuto di crederlo reale e, nonostante mi sforzi, anche i cartelli mi remano contro. Obitorio è una parola che lascia poco spazio alle interpretazioni, e si concentra sulla materia più concreta: fuori i pensieri, dentro i corpi. Ho lo stomaco girato dentro al piumino, lascio la macchina parcheggiata maldestramente in un parcheggio inesistente e varco il cancello d’ingresso che dà sul piazzale antistante la camera mortuaria. Ci sono un sacco di facce conosciute lì che mi guardano, e nessuna di queste sembra apparentemente contenta di vedermi. Sono visi che ho visto crescere con il sole d’agosto, in quella località ridente di Sammommè, sulla collina pistoiese. Sorrisi adesso manco a parlarne. Ne abbozzo uno alla generalità degli sguardi che mi si fanno incontro, fatti di occhi rossi e increduli. Sono imbarazzato, non so che fare, cosa dire, nemmeno la gestualità mi aiuta, il sorriso latita. Finalmente ricevo un abbraccio, robusto, quasi aggressivo, inatteso. Mi lascio abbracciare, quindi mi lascio andare: è l’inizio di una sequela di abbracci spontanei, smisurati e ininterrotti, intervallati solamente da poche parole, insufficienti a formulare una frase anche se distese tutte insieme, qualche bestemmia. C’è un gran calore e mi sgancio il piumino dopo poco. Si respira un’aria livida, strano miscuglio di aggressività e affetto. Una piccola comunità formata da una ventina di ragazzi e ragazze intorno ai trent’anni, cresciuti assieme, si cinge a lutto all’obitorio del San Jacopo di Pistoia, per piangere una di loro, che di anni ne aveva appena 22. Quel veleno che hai in bocca e che vorresti sputare sull’asfalto nuovo, quelle parole che non ti vengono, i pensieri sconclusionati e i ricordi, tanti, si accavallano l’uno con gli altri, è un ginepraio fitto, come a Sammommè.

In quei pochi minuti interminabili vissuti davvero davanti alla camera mortuaria, cui non avevamo accesso, ho conosciuto per la prima volta la sensazione che si ha quando la morte tocca qualcuno a te vicino, ingiustamente, senza avvertire. Non è solo il rammarico e la rabbia di aver preso un cazzotto alla bocca dello stomaco, rimanendo senza fiato ad ansimare in un angolo. I tuoi respironi di dolore non sono niente di fronte al senso di impotenza che talvolta si ha nelle cose della vita, del dover prendere e del dovere anche lasciare. Quel sabato pomeriggio, al San Jacopo, ho capito che quelle facce tristi e spaurite e di poche parole avevano delle braccia incredibilmente più robuste del solito, che si facevano incontro agli amici e attorno loro si cingevano, in un abbraccio inusitato, interminabile, insperato, talmente forte da poter far breccia anche nel piumino più imbottito, arrivando senza indugi alla carne viva. Ho scoperto che quando il destino infame colpisce a morte una persona vicina, i sopravvissuti hanno necessità di stringersi forte gli uni con gli altri per rendersi conto di essere ancora vivi.

La Millina era una persona splendida come poche ce ne sono e mi viene da sorridere a pensarci, proprio adesso che inizio a piangere dopo aver scritto già un bel po’ di righe, senza però averla mai pensata direttamente. Ora mi sforzo di pensarti, a poco più di dieci ore dal tuo funerale. Metto in fila i ricordi, sento la tua voce, con la stessa forza con cui mi impongo di non venire a darti l’ultimo saluto, di non avere altre immagini di te che non siano col sorriso e voce stridula annessa. I sospironi sono la costante di questi pochi giorni di alti e bassi, è che questa vicenda toglie il fiato. Ti davi un gran da fare nonostante fossi così scricciola, ti ammiravo per la perseveranza, per il voler prendere quella laurea che non sapevi nemmeno perché stavi prendendo, per volerlo fare nonostante lavorassi quatto sere a settimana in un ristorante, a far la cameriera, come me. Ti facevi in quattro ed eri sempre col sorriso su. Mai spenta, mai una storta, di sorriso sempre vestita. Avevi una voglia di vivere inviolabile, il sì più facile del no, lasciavi andare di pari passo il tuo essere curiosa e ingenua. Amavi circondarti di persone semplici e sorridenti, ti piaceva viaggiare e nei tuoi viaggi spesso non ti spostavi nemmen di tanto, con le cartine sempre dietro e la mente libera che avevi. Libera dai pensieri, che non davi a vedere; libera dai limiti, che sfidavi col tuo ritmo non comune. Insomma eri una piccola grande anima che ho sempre considerato molto simile alla mia, nelle attitudini e nella indole, e la tua scomparsa prematura mi strazia profondamente. Ogni piccola dose di te era un toccasana anche per le cinciallegre e credo che nessuno qua abbia ancora realizzato quanto mancherai.

Credo anche che la bellezza che portavi teco ovunque andassi, in qualsiasi contesto lavorativo o di svago, quella felicità suprema, non debba andare perduta. Sarebbe uno spreco di grandezze inconcepibili. Domani non ci sarà più Camilla, ma quel che Camilla era per noi resterà qui, attraverso noi: e tutti coloro che l’hanno conosciuta e apprezzata per quel che era si sentiranno in dovere di far propria una delle sue tante virtù, nella preziosa occasione di migliorar se stessi. Il perfezionista acquisirà un briciolo di ingenuità, che aiuta a vivere un po’ più spensierati; il musone magari imparerà a mettersi un sorriso prima di uscire; il pantofolaio si farà trascinare una volta di meno dal divano e una volta di più dagli amici in discoteca; l’uomo con i piedi per terra imparerà a volare, e vedrà la Thailandia, senza nemmeno andarci. Il modo migliore per ricordarti, Millina, è portarti con noi: ma non dentro di noi, intatto simulacro per il nostro compassionevole ricordo privato, bensì fuori, a giro, perché tu eri la felicità e la felicità va condivisa.

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Istigazione

L'imputato Erri De Luca al termine dell'udienza del processo che lo accusa di istigazione al sabotaggio in Tribunale, Torino, 27 Gennaio 2015 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Integra gli estremi della istigazione a delinquere apostrofare i presenti in un comizio con le parole “nessuno di voi risponda alla chiamata all’Esercito per difendere i capitalisti e gli imperialisti americani” (Cass., 20 ottobre 1955, Nardo).
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In appena sessant’anni, quanta strada già percorsa. E quanto romanticismo nella istigazione a seguire un ideale! Ha ragione Erri De Luca. Sabotare è proprio una bella parola. Sabotare come boicottare, come prendere posizione, criticare, opporsi, discutere, il sale della democrazia. Non è vero, naturalmente: sabotare, dizionario alla mano, porta con sé un alone di materialità che anche uno dei migliori parolieri italiani in circolazione stenta a confutare dignitosamente in un’aula di tribunale. La sua difesa è più che dignitosa, per carità; ma è una difesa appunto romantica, letteraria, che fa battere il cuore per il sentimento di giustizia innata che porta con sé. Tutte le persone di buon senso stanno con Erri De Luca, non tanto perché hanno letto un suo libro o lo hanno sentito ragionare o, giammai!, sono solidali con la causa NO TAV; le persone di buon senso, semplicemente, hanno buon senso. E percepiscono l’ingiustizia insita nel comminare una condanna detentiva a una persona che tuttalpiù può armare dei cervelli, scuotendoli dal torpore, invitandoli ad alzarsi e a portare su uno scudo. Oggi, in aula, l’imputato per istigazione a delinquere, romanticamente, ha professato di esercitare una legittima difesa contro lo svilimento delle terre della Val Susa, la loro depredazione, inutile e costosa. La legittima difesa non funziona così, questo semmai è un vero e proprio diritto di resistenza, non riconosciuto dal nostro ordinamento se non nei limiti del diritto di manifestazione. Ma pazienza: il giudice, una donna senz’altro attenta, non ha certamente deciso che il fatto non sussiste perché innamorata dello scrittore, o del suo incantevole discorrere. Lo ha fatto sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 414 c.p., idonea a salvarlo dalla censura di illegittimità costituzionale, come del resto molte altre disposizioni di quel codice penale adottato dal governo Mussolini.
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In altre parole, possono la giurisprudenza e il romanticismo incontrarsi in un’aula di tribunale, e convolare a giuste nozze? Pare che oggi questo sia successo. Era scontata una simile sentenza? Questo non posso assolutamente dirlo, pena mettere subito a repentaglio questa difficile unione tra diritto e fantasia romantica.
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Post scriptum.
Art. 11 della Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen del 1793: “Voies de fait et résistance légitime. Tout acte exercé contre un homme hors des cas et sans les formes que la loi détermine, est arbitraire et tyrannique; celui contre lequel on voudrait l’exécuter par la violence a le droit de le repousser par la force“. L’ideale romantico fatto legge. Questo è stato chiesto (tra le righe), questo è stato trovato (tra le righe) quest’oggi, 19 ottobre 2015, in una sorda e grigia aula di un tribunale penale torinese.
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Quella bocca veste converse

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Arrivo in biblioteca col freno posteriore della vespa che cigola un poco, dispettoso; alla sera, quando ormai è ora di rincasare, scopro con gioia fanciullesca che anche la leva della frizione ha preso coraggio e, d’improvviso, cerca il dialogo con misurati cinguettii, quando la rilascio. Tiro la frizione, salgo di marcia, mollo la frizione, questa cinguetta e io sorrido. Così fino a casa.

La ragazza seduta davanti a me è bella particolare. Ho preso posizione in uno dei pochi posti che ho trovato liberi sull’ora di pranzo, in un’assemblea di fogli e libri chiusi diligentemente, disposti a marcare il territorio. Lei è arrivata poco dopo, si è seduta al suo posto riprendendo quasi subito lo studio. Oggi ho un sacco da fare, sono piuttosto indietro, ma la sensazione è piacevole: questa studentessa universitaria non mi distrarrà più del dovuto. Ha i lineamenti netti, come se nel tracciarle la sagoma del viso qualcuno si fosse soffermato a riflettere, sceso poco sotto gli orecchi, e poi avesse deciso di convergere al centro, al mento. Appena sopra si trova una bocca molto graziosa, che parla poco e talmente piano da non offrire mai un serio pretesto per farsi guardare, così torno ad appoggiare gli occhi sul mio grande libro. Di tanto in tanto mi soffermo su quella bocca e non capisco dove l’ho già vista e che legame particolare abbia con quel mento, ché forse è per via del contorno che mi sembra di conoscerla. Poi accade l’epifania: Michelle Hunziker. Nel senso che finalmente ne sono venuto a capo, ho colto la somiglianza che cercavo. Devo ammettere che quelle labbra chiuse e silenziose sono esattamente le sue, per quanto ne possa sapere io. Ora sono più tranquillo, lo studio procede con ritrovata progressione, le labbra permangono chiuse, nette; l’impressione iniziale trova precisa conferma, è un’ottima compagna di studio.

Si alza qualche volta per andare non so dove, immagino al bagno. Me ne accorgo pur senza alzare lo sguardo, per non passar male. Chissà dove andranno quelle converse colorate? Quel jeans largo in controtendenza, che le cela le gambe, probabilmente va in direzione ostinata e contraria; così come le labbra, curiosamente educate in una biblioteca frequentata da chiacchieroni; come la maglia smanicata che indossa, colpisce perché nera e senza scollo. Dev’essere senz’altro una ragazza interessante, maledizione le ho appena guardato il culo. La sua amica se ne sarà accorta? Pazienza. Peraltro, con quel jeans sformato, per scorgerle il culo ci sarebbe voluta fantasia.

Mi chiedo secondo quale probabilistica le persone che non si conoscono si siedono allo stesso tavolo. Fantastico sulle coincidenze, conto mentalmente i posti a sedere dell’intera sala, quindi di tutto il primo piano; col piano terra non ho consuetudine, gioco forfettario, arrotondo per eccesso. Tra decine di piedi nudi vestiti di sandali o mocassini mi è capitata davanti una converse. I nostri sguardi si incrociano appena due volte in tutto il pomeriggio, ma alla seconda volta, quando ho ormai completato buona parte del mio programma, capisco che in realtà quella bocca che veste converse io già la conosco. Non perché ci veda un sorriso famoso, bensì perché ci piacciamo su instagram. Ora che ci penso è proprio lei: ieri le garbava una foto che ho scattato a una ciminiera tozza paragonandola a un ciliegio in fiore senza età.

Dunque, ci conosciamo? Che strani i rapporti di oggi. Forse se avesse pubblicato una foto delle sue converse avrei riconosciuto prima loro della bocca, ma in realtà pubblica quasi esclusivamente paesaggi. Potrei salutarla, improvvisare. Qualcosa che principia con un sorriso sbarazzino maldestro intraprendente che introduce parole in libertà, curiosità in pillole, ieri premevi il bottone col cuore, oggi son io che attacco bottone. Dunque, ci conosciamo? Torno alla vespa pensandoci su. La bocca in converse se ne è andata poco dopo le sette, poco prima di me, ci siamo detti ciao alla fine. Quel che penso di tutta questa storia sviluppatasi nell’arco di un pomeriggio è che effettivamente si è svolta davanti ai miei occhi, e non su instagram. Le tue foto sono carine, ma non sapevo che il tuo sorriso vestisse converse.

Non so niente di te, conosco un sacco di cose che ti piacciono, com’è che ti chiami?, avrei anche altre domande, non sono sicuro di poterne intuire le risposte. Ora che ci penso, ti ho detto che la mia pesca è una tabacchiera. Magari, la prossima volta che ci vediamo, ti racconterò della mia vespa che ogni tanto cinguetta, mentre sorrido, tornando a casa.

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Conchiglie

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Il tempo impegnato a riflettere non è mai sprecato.
Lo sguardo rivolto al passato, tuttavia, è sempre tempo sottratto al presente.

Il paradosso di questa improvvisa quanto indesiderata valutazione pomeridiana sta nel prendere atto che il percorso di perfezionamento di ognuno di noi parte da lontano, ed è tanto più accurato quanto più siamo capaci di ricordare qual è stato il nostro cammino. L’esercizio del ricordo sta nel possedere ogni esperienza e farne tesoro, al netto di forzature quali idealizzazioni o, ancor peggio, perdite. Il giusto equilibrio tra nostalgia irrequieta e disinvolto pragmatismo credo che non appartenga all’animo umano, perché tutti noi cediamo all’una e all’altra corrente a seconda del momento; ciò non ostante, è bene precisarlo, i ricordi smettono di assolvere la loro precipua funzione di apporto al presente quando finiscono per tradursi in condizionamento leggero e sotterraneo di ogni nostra azione futura.

Come se il tempo trascorso a raccogliere conchiglie sul bagnasciuga ci avesse donato una discreta capacità nel riconoscerle quali splendidi resti di vita marina, e al tempo stesso negato la curiosità di cogliere analoghe sensazioni al cospetto di piccoli frammenti di corallo.

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Mattarella e il rapporto Pelican

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The Pelican Brief è un legal thriller scritto nel 1992 da John Grisham, di cui è stata fatta una discreta trasposizione cinematografica nel 1993. La protagonista, interpretata da Julia Roberts, è una laureanda in giurisprudenza che si trova a svolgere una vera e propria inchiesta giornalistica per spiegare all’opinione pubblica americana il perché dell’assassinio, in breve tempo, di ben due giudici della Corte Suprema statunitense.

A parte la trama che merita una lettura (o quantomeno una visione della pellicola), il richiamo a quella vicenda mi è utile per fare una riflessione in merito alla recente elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. Sergio Mattarella è un vecchio arnese della prima repubblica, democristiano di sinistra, noto ai più esclusivamente per avere avuto un fratello assassinato da Cosa Nostra e per essersi dimesso dall’ultimo governo Andreotti in segno di protesta contro l’approvazione della legge Mammì, una delle prime leggi ad personam avente per beneficiario Berlusconi. Se avere nel proprio albero genealogico un morto ammazzato per mafia è una caratteristica che accomuna migliaia di persone in Italia, l’atto di dimissioni, specie se dettato da valori ideali, è un gesto estremamente raro. Certo, nessuna delle due cose, in sé, può essere letta univocamente come una garanzia sull’attenzione alla lotta alla mafia e al rispetto delle regole che potrebbero caratterizzare questo settennato; tuttavia, date le poche informazioni e affermazioni pubbliche della persona, quantomeno sono indizi che lasciano ben sperare.

Sergio Mattarella, prima di essere chiamato al ruolo apicale nelle istituzioni della Repubblica italiana, ricopriva la carica di giudice costituzionale, dalla quale si è “dimesso” appena ieri, per incompatibilità. Lo status di giudice della Corte costituzionale è infatti uno dei più delicati e garantiti, ha una durata di ben nove anni (il massimo nel nostro ordinamento costituzionale) e prevede una incompatibilità pressoché assoluta con ogni altro incarico, ufficio o funzione, anche privata. La normativa prevede, tra le altre cose, che un giudice costituzionale non possa “svolgere attività inerente ad una associazione o partito politico“: nel rispetto della libertà di espressione, la disposizione vuole evitare che il membro della Corte possa servirsi dell’esposizione della carica per aspirare ad altrettanto importanti ruoli futuri.

Sotto questo profilo, la chiamata di un giudice costituzionale a Presidente della Repubblica è un precedente pericoloso, che mai si era concretizzato. Potrebbe essere visto come un’apertura verso una maggiore politicizzazione di un ruolo per sua natura sospeso tra tecnica e politica, come trampolino di lancio verso la più alta carica dello Stato. Questo non è chiaramente il caso di una persona riservata come Sergio Mattarella, ma la storia ci ha consegnato numerosi chiacchieroni ed è indubbio che questo precedente, per quanto sia attenuato dalla personalità del singolo, è pur sempre un precedente.

Detto questo, cosa c’entra il rapporto Pelican con Mattarella? Con la sua elezione e conseguente dimissione da giudice costituzionale gli scranni vacanti in seno alla Consulta tornano a essere due. La prof.ssa Sciarra è stata eletta lo scorso novembre dal parlamento grazie ai voti dei pentastellati, in rottura del patto del Nazareno, che hanno scongiurato l’elezione di una persona sgradevole – perfetta rappresentazione del patto – quale Luciano Violante. Tuttavia, siccome Mattarella era di nomina parlamentare, entrambe le nomine spettano a questo parlamento. Veniamo al punto della questione: personalmente sono tra coloro che ritengono le vicende prodromiche alla candidatura di Mattarella pura finzione da vendere all’opinione pubblica (e a tanta parte della classe politica, minoranza PD e centrodestra di governo in primis). L’accordo tra Matteo Renzi e il pregiudicato B. già era nel cassetto, quando sono stati fatti circolare delle candidature impresentabili giusto per poter accogliere quella di Mattarella tra gli applausi dei delegati PD e ricompattare il partito; quindi poter fare una subdola melina per giustificare davanti all’opinione pubblica il fatto che, secondo una pratica da analfabeti costituzionali, si gettassero nel cesso le prime tre votazioni per eleggere il futuro presidente con il quorum ridotto previsto per il quarto scrutinio, quello che è risultato decisivo. Quanto ottenuto è stata una blindatura del governo, rivenduta dall’informazione totale come l’ennesimo successo personale di uno spregiudicato Renzi.

E se così non fosse?

Se il patto del Nazareno fosse più vivo che mai, e comprendesse l’accordo sulla nomina di due nuovi giudici graditi o quantomeno non invisi (vedi Giuliano Amato e Luciano Violante) a Silvio Berlusconi? Tengo a ricordare che al tempo della dichiarazione di illegittimità costituzionale del celebre Lodo Alfano, nel 2009, la decisione passò con nove voti favorevoli e sei contrari. Di quei sei, senz’altro due erano i giudici Paolo Maria Napolitano e Luigi Mazzella, che prima della pronuncia erano stati pizzicati a cena proprio con gli interessati, Alfano e Berlusconi, e chiaramente non avevano avvertito la necessità di dimettersi. Adesso la composizione della Corte è cambiata, di quel consesso che abrogò il secondo lodo ad personam rimangono in carica solo quattro giudici, tra cui quel Napolitano. Ma è possibile che Silvio Berlusconi stia nuovamente tentando di influenzare la Corte costituzionale, e cosa potrebbe spingerlo a ciò?

La legge Severino è stata rimessa alla censura della Corte costituzionale dal TAR che ha sospeso la decadenza per il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e la nuova Corte nei prossimi mesi dovrà affrontare la questione. Il giudice amministrativo ha sollevato questione di legittimità costituzionale con riferimento agli artt. 10 e 11, relativi alla incandidabilità negli enti locali, dunque una eventuale pronuncia di illegittimità non avrebbe ripercussioni sulla situazione di B. Questo però sulla carta, perché a quel punto non si capirebbe per qual motivo l’incandidabilità dovrebbe applicarsi ai rappresentanti di parlamento e regioni e non anche a consiglieri comunali e provinciali: potrebbe scorgersi una ingiustificata e irragionevole disparità di trattamento, che consentirebbe alla Corte di ricorrere alla illegittimità consequenziale di cui all’art. 27 della legge 87/1953 sul funzionamento della Corte – che permette di dichiarare l’illegittimità derivata dalla decisione principale. Dunque la Corte potrebbe dichiarare illegittima la Severino già nei prossimi mesi, anche con riflesso su B.; ovvero, successivamente, qualora la questione tornasse al suo cospetto con riferimento all’incandidabilità di deputati e senatori.

In ogni caso, a Berlusconi potrebbe far senz’altro comodo avere un appoggio in alto, e se il Quirinale è stato solo sfiorato (parrebbe), Palazzo della Consulta dista appena pochi metri. Vedremo nei prossimi giorni, dalle prime firme del nuovo Presidente della Repubblica e dall’atteggiamento della stampa e delle televisioni – fino a questo momento servile –, se il patto del Nazareno è ancora in ottima salute.

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Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e a (rott)amare D’Alema

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Questo pezzo prende le mosse da un’acuta e brillante pellicola di Stanley Kubrick, di cui riproduce in parte il titolo, con ovvia licenza poetica. Non è altro che una conclusione dovuta del ragionamento che inevitabilmente mi trovo a condurre da quando un anno fa Matteo Renzi si preparava a conquistare Palazzo Chigi, con una delle più classiche manovre di palazzo. Un grande cursus honorum quello del già sindaco di Firenze, che lo ha portato a raccogliere attorno a sé un sempre maggiore consenso dai tempi della prima Leopolda fino alla seconda, vincente, corsa alle primarie del partito; quindi la nomina a segretario, l’invito a Berlusconi nella sede del PD per l’accordo che sui giornali è stato ribattezzato patto del Nazareno, la presa del potere giusto un momento prima del passaggio italiano alla presidenza di turno dell’Unione europea. Chapeau.

Tralasciando alcuni aspetti oscuri per andare subito al nocciolo, mi sembra ormai chiaro che la tanto sbandierata rottamazione ha servito esclusivamente la scalata al potere del giovane Matteo. Una volta conquistata la segreteria del partito, improvvisamente le parole d’ordine e gli hashtag sono stati messi in soffitta, assieme alle bandierine vagamente ricordanti le campagne presidenziali di Barack Obama; e tutti coloro che nei mesi precedenti erano stati oggetto di scherno, attacchi, quei geronti burocrati dirigenti del PD che avrebbero dovuto andarci, loro davvero, in soffitta, altrettanto repentinamente hanno trovato la via della conversione nel renzismo e nuovi prestigiosi incarichi, talvolta nella direzione del partito, talaltra alla presidenza della commissione antimafia. Per non parlare di improvvide nomine alla Corte costituzionale.

Così, viene oggi da chiedersi, alla luce di quanto fatto in questi mesi dal primo governo Renzi, dov’è finita la rottamazione? Perché a venire a patti anche col maiale pur di arrivare al potere ci erano già riusciti in tanti, anche se più elegantemente si era parlato di vendere l’anima al diavolo. In questo caso diavolo è un appellativo azzeccato, come del resto lo è maiale, giacché stiamo parlando dell’ometto di Arcore naturalmente, il noto pregiudicato che già al tempo del governo D’Alema era in aria di mafia e di frode fiscale. Eppure la via maestra per assicurarsi il potere, in Italia, per un leader di sinistra, pare essere quella di scendere a patti con Berlusconi: pensano di essere più furbi di lui, sanno di averlo messo nell’angolo (rectius: sanno che la magistratura lo sta mettendo nell’angolo), gli tendono la mano, se lo tengono buono, e poi lui puntualmente ribalta il tavolo.

Qual è dunque la differenza tra ferrovecchio e rottamatore, adesso che lo vediamo all’opera? Ora che è al potere, Matteo Renzi punta esclusivamente a mantenerlo, per sé e per il “clan dei fiorentini”: sa di non avere veri rivali a sinistra e gli è sufficiente tenersi buono Berlusconi per non correre rischi a destra.
Qual è dunque la differenza tra il patto del Nazareno del 2014 tra il futuro Presidente del consiglio Matteo Renzi e il pregiudicato Berlusconi e il patto della crostata del 1997, che blindò il governo D’Alema e la bicamerale con l’allora già indagato Berlusconi? Cambia il segretario del principale partito di sinistra, tuttavia gli effetti sono gli stessi. Soprattutto per i cittadini. Depenalizzazione di reati ad cazzum più che ad personam (consentire la frode fiscale al 3% è anzitutto un invito alla delinquenza in un paese di grandi evasori), svolte reazionarie sul sociale vendute in televisione come riforme, bicamerale per riscrivere la Costituzione, ma soprattutto la salvaguardia di quel che a distanza di anni continua a conformare la politica nazionale: gli interessi giudiziari ed economici di Silvio Berlusconi. 

Dovremmo renderci conto che siamo un popolo di caproni, che a distanza di anni crede ancora alle favole belle e non sa distinguere tra uno statista e un truffatore. Che Matteo Renzi perseguisse esclusivamente il potere per sé (e, naturalmente, per i suoi commensali fiorentini) era evidente fin da quando sedeva ancora a Palazzo Vecchio, stando attenti alle compagnie di giro. Ai sostenitori del sindaco nella campagna del 2009, ai Carrai e ai Verdini. Renzi, prima di celebrare il secondo inciucio con Berlusconi nell’arco di una sola seconda repubblica, sosteneva che fosse necessario sconfiggerlo politicamente e non per via giudiziaria. Diffidate sempre da questo genere di politici, perché una simile affermazione è un modo come un altro per manifestare indifferenza verso le sentenze della magistratura. Berlusconi era e rimane un pregiudicato per frode fiscale, un reato gravissimo, l’unico per il quale è stato possibile condannarlo in questi lunghi anni di processi interrotti, sospesi, vanificati da una lenzuolata di provvedimenti ad personam. Infatti la prima mossa di Renzi è stata appunto stringere un accordo col pregiudicato, mettendo come al solito sul piatto quel che più gli sta a cuore, al fine di garantirsi un approdo agile a Palazzo Chigi e una opposizione politica e mediatica morbida. Vi ricordate il conflitto d’interessi? Quanto a lungo se ne è parlato in questi cupi anni di berlusconismo, quanto tuttora ci condiziona, da quanto non se ne parla più? Appare evidente come anche l’incidente di percorso nel decreto legislativo sul fisco sia nient’altro che un messaggio per il gradito alleato pregiudicato, tra le righe di quel fantastico 3% senza nemmeno sforzarsi troppo si può leggere “Caro Silvio, non temere. Tu vota il mio candidato al Quirinale, qua blindiamo tutto un’altra volta e diamo il bona a Grillo. Poi vedrai che, prova muscolare o meno, il modo di ripulirti lo troviamo…“. Sembra avvincente, tanto che questa volta il Caimano non pare rivestire quella posizione di forza che, ai tempi della bicamerale, gli permise di ribaltare il tavolo delle riforme sul più bello, salutare la curva e tornare trionfalmente al governo nel 2001. Berlusconi, oggi impresentabile, ha bisogno di un legislatore a lui favorevole, come era Craxi prima della nascita di Forza Italia; ma mentre Bettino Craxi, grande amico, scriveva i decreti verso corrispettivo miliardario su conto estero (altri tempi, ah, i socialisti!), il buon Matteo Renzi si accontenta degli opportuni voti in parlamento e alla televisione, utili a neutralizzare il M5S. Ma questo ormai l’abbiamo capito tutti, o no?

Insomma, il prezzo del potere sembra non essere variato di molto col passaggio dalla lira all’euro, ma tranquilli che a pagarlo siamo sempre noialtri. Semmai è curioso verificare, da un punto di vista squisitamente simbolico, come siano cambiati i tempi: mentre nel 1997 la crostata cucinata dalla moglie di Gianni Letta rimandava a quel “biscotto” informale tra le calde mura domestiche, finendo per conferire all’ob scenum accordo un’atmosfera da focolare, il Nazareno del 2014 mostra in tutta la sua evidenza come ormai la trattativa sia celebrata sotto gli occhi di tutti, senza vergogna né intimità, profanando finanche la sede del partito-spalla, bestemmiando il Nazareno, con buona pace della base democratica che dalla prima crostata con D’Alema ormai è avvezza all’ingoio più di Sasha Grey.