0

Filare

Immagine

Leggendo Venuto al mondo di Margaret Mazzantini, potente si è riaffacciata in me la voglia di scriver di qualcosa. O meglio, quella già c’era, latente, da circa un paio d’anni. Diciamola tutta: non mi ha mai abbandonato.

Potrei dire senza timore di esser smentito che scrivere sia, delle cose della vita, una di quelle per me più soddisfacenti, più ricche di piacere: un appagamento tanto grande quanto poco è il tempo sacrificato per raggiungerlo. La celebrazione della scrittura si compone essenzialmente di tre fasi, che vo a delineare. Al principio il nostro affezionatissimo (per riprendere una terminologia assai cara a chi come me iersera si è gustato per l’ennesima volta Arancia Meccanica) si muove in un mondo ovattato, quasi con timore, in un tentativo di riacquisizione della confidenza ormai perduta colla tastiera, desideroso al tempo stesso di liberare i pensieri. Chiaramente è la parte più ardua, che per quanto mi riguarda non c’è modo di superare se non portando all’esasperazione il desiderio di scrivere. È pur vero che elemento imprescindibile per scrivere è posseder l’ispirazione, tuttavia spesso capita che pur avendo il cuore straziato o la testa colma di sole ciò non si traduca in grafica, perché lo si somatizza ovvero lo si convoglia in qualcosa di costruttivo/creativo, o lo si tiene dentro fintanto che non di raggiunge una delle due foci appena dette. Pertanto delle due l’una: o dello scrivere si fa esercizio in maniera proficua e continuativa, abitualmente – beati coloro che hanno il vizio di appuntarsi il quotidiano in un piccolo diario –, oppure è inevitabile che l’approccio ogni volta sia schivo, insicuro, non sereno, quasi come se il foglio bianco fosse una bella figliola vissuta gioiosamente qualche tempo addietro e da allora mai più risentita.

Una volta disturbata l’omogeneità cromatica che si ha davanti, il più è fatto. Se sei arrivato fin qua non puoi esserci giunto invano, verrebbe da dire! Lascia scorrere libero. Ed ecco che prende il via la seconda fase, in un graduale crescendo di soddisfazione: quel che prima di nebuloso si trovava nella testa finalmente si giustifica, trova una scaletta ed un’impaginazione; scopre dei periodi in cui essere racchiuso e della punteggiatura capace di fare ordine in una respirazione fino a quel momento confusa e contraddittoria. Mettere nero su bianco quel che si ha dentro è anzitutto un modo per conoscersi, quindi per sfogarsi, talvolta per comprendersi. Soltanto quando si è raggiunto un controllo sufficiente sul materiale a propria disposizione si può proficuamente discernere quel che è opportuno conservare e quel che invece va accantonato, per poter andare avanti. Se l’obiettivo della prima fase consisteva nel guadagnare l’approccio colla pagina, il fine ultimo di questa seconda altro non è che trovare il contenuto. Si badi bene, spesso il contenuto langue. Talvolta si inizia a scrivere senza ben sapere dove ci porterà la penna, pur avendo i migliori propositi e il più buon inchiostro di questo mondo; semplicemente – siccome la scrittura, come ogni arte, è strettamente personale – il filo rosso che lega l’un l’altro i nostri pensieri può confondersi o diradarsi… e magari si è preso spunto da un filare di viti e si finisce col parlar di musica, senza per questo aver fatto uso di hashish o chiamarsi Baudelaire (non che vi sia alcunché di male). Non v’è da trarre alcuna preoccupazione dal caos mentale, la scrittura serve il bisogno di dipanarlo. E nel farlo, conviene arricchirsi: di etimologia, di sinonimi, di colori e di suoni… Lo scriver bene non è mai un orpello nella vita.

La parte finale è il raggiungimento del climax. Si ha un testo davanti, si ha un’ora o più di scrittura alle spalle. Lo si rilegge e lo si mette da parte. Servirà. I pensieri vanno e vengono, possono permanere in testa diverso tempo, ma non c’è passione che sopravviva con eguale intensità al trascorrere degli anni. Scrivere significa conservare la memoria, perché è notorio che verba volant, scripta manent. Rileggere quel che si è detto tempo addietro fa fare dei gran bei sorrisi, è come guardare delle vecchie foto o prendere una birra con i compagni più stretti del liceo. Scalda il cuore come un amore mai dimenticato e talvolta fa scendere anche qualche lacrima, di pura nostalgia.

Post scriptum. 

Il titolo di questo pezzo è per via della Mazzantini. La sto scoprendo adesso e mi piace da morire, scrive delle cose bellissime, dipinge con l’inchiostro. Mi aveva colpito in particolare l’immagine delle ciglia chiuse su una palpebra pallida che ricordavano filari di alberi morti nella neve. In realtà volevo scrivere qualcosa su questo, o sui filari, sulla campagna toscana, sulla raccolta delle olive, non so bene; l’importante, come anzidetto, è scrivere un poco. Viva!