Sono io la morte (e porto corona)

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E’ interessante notare come la morte sia lo spettro, la bestia nera, il timore costante che si affaccia nel momento più inatteso sulla umana vita. D’altronde, vivere per pensare alla morte sarebbe uno spreco, ma vivere senza rifletterci nemmeno un secondo è senz’altro una utopia. L’uomo ha il desiderio di avvicinarsi al proibito e di scoprire quel che la sua conoscenza gli nega, quel che non sta scritto sui libri, e se fino a qualche secolo fa la religione si era arrogata il diritto di poter fornire una spiegazione valida ed esaustiva in cambio di pochi spiccioli, ed ovviamente della fede incondizionata, il moderno uomo laico di pensiero razionale non ha alcuna risposta alle sue domande, semplicemente perché non può averne. Rifiuta a priori il pacchetto confezionatogli a misura dalla Chiesa, e, pur volendo godere della sua esistenza, volge il pensiero a quel che sarà dopo, una volta danneggiato quel delicato meccanismo che ci permette di vivere. Concordo quindi con Reale quando sostiene che laicità e religione vanno di pari passo su un punto, l’indomabile sovranità della morte, un destino ineluttabile per chiunque, cui nessuno può vedere oltre, nemmeno la fede. E’ buffo però notare che, come la morte mette d’accordo credenti e non credenti sul suo essere invincibile regina, essa abbia l’invidiabile potere di abbattere qualsiasi fede, convinzione, privilegio, identità. E’ proprio questo il punto: di fronte alla morte siamo tutti uguali, dall’arcivescovo all’operaio, dal re al contadino, è Totò in persona a chiarire con la sua arte tale concetto ne “’a Livella”. Quindi, se questa regina che domina incontrastata su tutti noi riesce con la sua mano a portare finalmente un briciolo di pace tra le anime, le eguaglia socialmente, e ne ripulisce la coscienza.. non dovremmo forse accondiscendere alla sua volontà, piuttosto che temerla inutilmente?

Prima fu Epicuro, che portò avanti una teoria d’avanguardia sulla morte, fin troppo illuminata per il suo tempo. “Finché siamo vivi la morte per noi non esiste, dopo siamo noi a non esistere più”, scriveva cercando di eliminare nell’uomo il naturale e ancestrale timore verso l’ignota fine. Lucrezio ne ripercorse le orme e col suo Carpe Diem incitò l’uomo a godere dell’unico tempo a sua disposizione, il presente, e di non curarsi di quel che è stato né tantomeno di quel che sarà. Ma aldilà delle argomentazioni, a dir poco innovative, di cui la dottrina epicurea si servì per diffondere il messaggio, è sorprendente vedere come già duemila anni fa si cercasse di offrire all’uomo un punto di vista razionale sul divario vita/morte e su come quest’ultima non potesse essere una fonte costante di dolore, ma un piccolo inevitabile anello di un’ampia catena utile alla società, allo sviluppo e all’avvicendarsi delle generazioni. Seneca scrisse “nascendo quotidie morimur”, come dargli torto? La sua è una lucida riflessione su quanto la morte interessi la nostra vita ancor più di quanto ci si immagini. Ogni secondo che scorre e’ un prezioso secondo che va a costituire nuova linfa vitale per la regina armata di falce, ogni giorno della mia vita è una crema di bellezza per tale lugubre e sensuale signora, che su di me come su di ogni altro si mantiene giovane e in forze, mai appassendo e sempre lasciando appassire. Niente di più vero, quindi, considerato ciò ogni giorno dev’essere visto come se fosse l’ultimo, come se d’un tratto potessimo avvertire la sottile lama argentea di morte tangerci il collo, e lentamente chinando lo sguardo sbirciare sul letale strumento nel disperato e sfacciato tentativo di vedere in volto l’estrema nemica.

Cos’è quindi la morte se non un ultimo bacio, improvviso quanto soave, che solleva da qualsiasi turbamento e permette di ritrovare quella pace tanto desiderata in vita e mai raggiunta? Detto tra noi, per morire ancora c’è tempo, ed io preferisco non pensarci, da perfetto porco del gregge di Epicuro. Non sempre però è stato così, da piccolo la morte mi faceva paura, e ci pensavo eccome. Perdere i miei cari, perdere i miei vizi, perdere la mia fanciullezza… che triste storia. Ma a dire il vero l’unica mia preoccupazione era che, una volta morto, nell’aldilà non ci fosse nemmeno un’edicola dove comprare Topolino.

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