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Mistero buffo

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Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e a (rott)amare D’Alema

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Questo pezzo prende le mosse da un’acuta e brillante pellicola di Stanley Kubrick, di cui riproduce in parte il titolo, con ovvia licenza poetica. Non è altro che una conclusione dovuta del ragionamento che inevitabilmente mi trovo a condurre da quando un anno fa Matteo Renzi si preparava a conquistare Palazzo Chigi, con una delle più classiche manovre di palazzo. Un grande cursus honorum quello del già sindaco di Firenze, che lo ha portato a raccogliere attorno a sé un sempre maggiore consenso dai tempi della prima Leopolda fino alla seconda, vincente, corsa alle primarie del partito; quindi la nomina a segretario, l’invito a Berlusconi nella sede del PD per l’accordo che sui giornali è stato ribattezzato patto del Nazareno, la presa del potere giusto un momento prima del passaggio italiano alla presidenza di turno dell’Unione europea. Chapeau.

Tralasciando alcuni aspetti oscuri per andare subito al nocciolo, mi sembra ormai chiaro che la tanto sbandierata rottamazione ha servito esclusivamente la scalata al potere del giovane Matteo. Una volta conquistata la segreteria del partito, improvvisamente le parole d’ordine e gli hashtag sono stati messi in soffitta, assieme alle bandierine vagamente ricordanti le campagne presidenziali di Barack Obama; e tutti coloro che nei mesi precedenti erano stati oggetto di scherno, attacchi, quei geronti burocrati dirigenti del PD che avrebbero dovuto andarci, loro davvero, in soffitta, altrettanto repentinamente hanno trovato la via della conversione nel renzismo e nuovi prestigiosi incarichi, talvolta nella direzione del partito, talaltra alla presidenza della commissione antimafia. Per non parlare di improvvide nomine alla Corte costituzionale.

Così, viene oggi da chiedersi, alla luce di quanto fatto in questi mesi dal primo governo Renzi, dov’è finita la rottamazione? Perché a venire a patti anche col maiale pur di arrivare al potere ci erano già riusciti in tanti, anche se più elegantemente si era parlato di vendere l’anima al diavolo. In questo caso diavolo è un appellativo azzeccato, come del resto lo è maiale, giacché stiamo parlando dell’ometto di Arcore naturalmente, il noto pregiudicato che già al tempo del governo D’Alema era in aria di mafia e di frode fiscale. Eppure la via maestra per assicurarsi il potere, in Italia, per un leader di sinistra, pare essere quella di scendere a patti con Berlusconi: pensano di essere più furbi di lui, sanno di averlo messo nell’angolo (rectius: sanno che la magistratura lo sta mettendo nell’angolo), gli tendono la mano, se lo tengono buono, e poi lui puntualmente ribalta il tavolo.

Qual è dunque la differenza tra ferrovecchio e rottamatore, adesso che lo vediamo all’opera? Ora che è al potere, Matteo Renzi punta esclusivamente a mantenerlo, per sé e per il “clan dei fiorentini”: sa di non avere veri rivali a sinistra e gli è sufficiente tenersi buono Berlusconi per non correre rischi a destra.
Qual è dunque la differenza tra il patto del Nazareno del 2014 tra il futuro Presidente del consiglio Matteo Renzi e il pregiudicato Berlusconi e il patto della crostata del 1997, che blindò il governo D’Alema e la bicamerale con l’allora già indagato Berlusconi? Cambia il segretario del principale partito di sinistra, tuttavia gli effetti sono gli stessi. Soprattutto per i cittadini. Depenalizzazione di reati ad cazzum più che ad personam (consentire la frode fiscale al 3% è anzitutto un invito alla delinquenza in un paese di grandi evasori), svolte reazionarie sul sociale vendute in televisione come riforme, bicamerale per riscrivere la Costituzione, ma soprattutto la salvaguardia di quel che a distanza di anni continua a conformare la politica nazionale: gli interessi giudiziari ed economici di Silvio Berlusconi. 

Dovremmo renderci conto che siamo un popolo di caproni, che a distanza di anni crede ancora alle favole belle e non sa distinguere tra uno statista e un truffatore. Che Matteo Renzi perseguisse esclusivamente il potere per sé (e, naturalmente, per i suoi commensali fiorentini) era evidente fin da quando sedeva ancora a Palazzo Vecchio, stando attenti alle compagnie di giro. Ai sostenitori del sindaco nella campagna del 2009, ai Carrai e ai Verdini. Renzi, prima di celebrare il secondo inciucio con Berlusconi nell’arco di una sola seconda repubblica, sosteneva che fosse necessario sconfiggerlo politicamente e non per via giudiziaria. Diffidate sempre da questo genere di politici, perché una simile affermazione è un modo come un altro per manifestare indifferenza verso le sentenze della magistratura. Berlusconi era e rimane un pregiudicato per frode fiscale, un reato gravissimo, l’unico per il quale è stato possibile condannarlo in questi lunghi anni di processi interrotti, sospesi, vanificati da una lenzuolata di provvedimenti ad personam. Infatti la prima mossa di Renzi è stata appunto stringere un accordo col pregiudicato, mettendo come al solito sul piatto quel che più gli sta a cuore, al fine di garantirsi un approdo agile a Palazzo Chigi e una opposizione politica e mediatica morbida. Vi ricordate il conflitto d’interessi? Quanto a lungo se ne è parlato in questi cupi anni di berlusconismo, quanto tuttora ci condiziona, da quanto non se ne parla più? Appare evidente come anche l’incidente di percorso nel decreto legislativo sul fisco sia nient’altro che un messaggio per il gradito alleato pregiudicato, tra le righe di quel fantastico 3% senza nemmeno sforzarsi troppo si può leggere “Caro Silvio, non temere. Tu vota il mio candidato al Quirinale, qua blindiamo tutto un’altra volta e diamo il bona a Grillo. Poi vedrai che, prova muscolare o meno, il modo di ripulirti lo troviamo…“. Sembra avvincente, tanto che questa volta il Caimano non pare rivestire quella posizione di forza che, ai tempi della bicamerale, gli permise di ribaltare il tavolo delle riforme sul più bello, salutare la curva e tornare trionfalmente al governo nel 2001. Berlusconi, oggi impresentabile, ha bisogno di un legislatore a lui favorevole, come era Craxi prima della nascita di Forza Italia; ma mentre Bettino Craxi, grande amico, scriveva i decreti verso corrispettivo miliardario su conto estero (altri tempi, ah, i socialisti!), il buon Matteo Renzi si accontenta degli opportuni voti in parlamento e alla televisione, utili a neutralizzare il M5S. Ma questo ormai l’abbiamo capito tutti, o no?

Insomma, il prezzo del potere sembra non essere variato di molto col passaggio dalla lira all’euro, ma tranquilli che a pagarlo siamo sempre noialtri. Semmai è curioso verificare, da un punto di vista squisitamente simbolico, come siano cambiati i tempi: mentre nel 1997 la crostata cucinata dalla moglie di Gianni Letta rimandava a quel “biscotto” informale tra le calde mura domestiche, finendo per conferire all’ob scenum accordo un’atmosfera da focolare, il Nazareno del 2014 mostra in tutta la sua evidenza come ormai la trattativa sia celebrata sotto gli occhi di tutti, senza vergogna né intimità, profanando finanche la sede del partito-spalla, bestemmiando il Nazareno, con buona pace della base democratica che dalla prima crostata con D’Alema ormai è avvezza all’ingoio più di Sasha Grey.