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Camilla (ode alla gioia)

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È così che succede: una mattina te ne stai tornando a casa di buon umore, nonostante sia sabato e il cielo sopra Prato non sia esattamente dei migliori; tuttavia sei sollevato, perché hai appena redatto un buon atto di appello, funzionerà, l’esame di abilitazione è ormai alle porte, oggi pomeriggio mi rilasso un poco. Richiami quel tuo amico che ti aveva cercato con insistenza mentre eri a scrivere, per sentire cosa ci fosse di tanto importante da spingerlo a chiamarti, una tarda mattinata di un sabato di fine novembre.

Che cazzo dici. Non dirlo un’altra volta, mi fai incazzare. Stai scherzando. Come è successo? Porca madonna.

Lungo la strada verso Pistoia sembra che il cielo piano piano stia diventando sempre più cupo e freddo. Che giornata di merda. Arrivo all’ospedale, eterodiretto, l’ho sempre visto dalla tangenziale e non avevo mai osato avvicinarmici. Seguo la segnaletica che recita “obitorio”. Nel momento stesso in cui leggo la parola mi si ghiaccia il sangue nelle vene, e vorrei fare inversione. Non tanto perché abbia improvvisamente realizzato l’accaduto, quanto perché ancora mi rifiuto di crederlo reale e, nonostante mi sforzi, anche i cartelli mi remano contro. Obitorio è una parola che lascia poco spazio alle interpretazioni, e si concentra sulla materia più concreta: fuori i pensieri, dentro i corpi. Ho lo stomaco girato dentro al piumino, lascio la macchina parcheggiata maldestramente in un parcheggio inesistente e varco il cancello d’ingresso che dà sul piazzale antistante la camera mortuaria. Ci sono un sacco di facce conosciute lì che mi guardano, e nessuna di queste sembra apparentemente contenta di vedermi. Sono visi che ho visto crescere con il sole d’agosto, in quella località ridente di Sammommè, sulla collina pistoiese. Sorrisi adesso manco a parlarne. Ne abbozzo uno alla generalità degli sguardi che mi si fanno incontro, fatti di occhi rossi e increduli. Sono imbarazzato, non so che fare, cosa dire, nemmeno la gestualità mi aiuta, il sorriso latita. Finalmente ricevo un abbraccio, robusto, quasi aggressivo, inatteso. Mi lascio abbracciare, quindi mi lascio andare: è l’inizio di una sequela di abbracci spontanei, smisurati e ininterrotti, intervallati solamente da poche parole, insufficienti a formulare una frase anche se distese tutte insieme, qualche bestemmia. C’è un gran calore e mi sgancio il piumino dopo poco. Si respira un’aria livida, strano miscuglio di aggressività e affetto. Una piccola comunità formata da una ventina di ragazzi e ragazze intorno ai trent’anni, cresciuti assieme, si cinge a lutto all’obitorio del San Jacopo di Pistoia, per piangere una di loro, che di anni ne aveva appena 22. Quel veleno che hai in bocca e che vorresti sputare sull’asfalto nuovo, quelle parole che non ti vengono, i pensieri sconclusionati e i ricordi, tanti, si accavallano l’uno con gli altri, è un ginepraio fitto, come a Sammommè.

In quei pochi minuti interminabili vissuti davvero davanti alla camera mortuaria, cui non avevamo accesso, ho conosciuto per la prima volta la sensazione che si ha quando la morte tocca qualcuno a te vicino, ingiustamente, senza avvertire. Non è solo il rammarico e la rabbia di aver preso un cazzotto alla bocca dello stomaco, rimanendo senza fiato ad ansimare in un angolo. I tuoi respironi di dolore non sono niente di fronte al senso di impotenza che talvolta si ha nelle cose della vita, del dover prendere e del dovere anche lasciare. Quel sabato pomeriggio, al San Jacopo, ho capito che quelle facce tristi e spaurite e di poche parole avevano delle braccia incredibilmente più robuste del solito, che si facevano incontro agli amici e attorno loro si cingevano, in un abbraccio inusitato, interminabile, insperato, talmente forte da poter far breccia anche nel piumino più imbottito, arrivando senza indugi alla carne viva. Ho scoperto che quando il destino infame colpisce a morte una persona vicina, i sopravvissuti hanno necessità di stringersi forte gli uni con gli altri per rendersi conto di essere ancora vivi.

La Millina era una persona splendida come poche ce ne sono e mi viene da sorridere a pensarci, proprio adesso che inizio a piangere dopo aver scritto già un bel po’ di righe, senza però averla mai pensata direttamente. Ora mi sforzo di pensarti, a poco più di dieci ore dal tuo funerale. Metto in fila i ricordi, sento la tua voce, con la stessa forza con cui mi impongo di non venire a darti l’ultimo saluto, di non avere altre immagini di te che non siano col sorriso e voce stridula annessa. I sospironi sono la costante di questi pochi giorni di alti e bassi, è che questa vicenda toglie il fiato. Ti davi un gran da fare nonostante fossi così scricciola, ti ammiravo per la perseveranza, per il voler prendere quella laurea che non sapevi nemmeno perché stavi prendendo, per volerlo fare nonostante lavorassi quatto sere a settimana in un ristorante, a far la cameriera, come me. Ti facevi in quattro ed eri sempre col sorriso su. Mai spenta, mai una storta, di sorriso sempre vestita. Avevi una voglia di vivere inviolabile, il sì più facile del no, lasciavi andare di pari passo il tuo essere curiosa e ingenua. Amavi circondarti di persone semplici e sorridenti, ti piaceva viaggiare e nei tuoi viaggi spesso non ti spostavi nemmen di tanto, con le cartine sempre dietro e la mente libera che avevi. Libera dai pensieri, che non davi a vedere; libera dai limiti, che sfidavi col tuo ritmo non comune. Insomma eri una piccola grande anima che ho sempre considerato molto simile alla mia, nelle attitudini e nella indole, e la tua scomparsa prematura mi strazia profondamente. Ogni piccola dose di te era un toccasana anche per le cinciallegre e credo che nessuno qua abbia ancora realizzato quanto mancherai.

Credo anche che la bellezza che portavi teco ovunque andassi, in qualsiasi contesto lavorativo o di svago, quella felicità suprema, non debba andare perduta. Sarebbe uno spreco di grandezze inconcepibili. Domani non ci sarà più Camilla, ma quel che Camilla era per noi resterà qui, attraverso noi: e tutti coloro che l’hanno conosciuta e apprezzata per quel che era si sentiranno in dovere di far propria una delle sue tante virtù, nella preziosa occasione di migliorar se stessi. Il perfezionista acquisirà un briciolo di ingenuità, che aiuta a vivere un po’ più spensierati; il musone magari imparerà a mettersi un sorriso prima di uscire; il pantofolaio si farà trascinare una volta di meno dal divano e una volta di più dagli amici in discoteca; l’uomo con i piedi per terra imparerà a volare, e vedrà la Thailandia, senza nemmeno andarci. Il modo migliore per ricordarti, Millina, è portarti con noi: ma non dentro di noi, intatto simulacro per il nostro compassionevole ricordo privato, bensì fuori, a giro, perché tu eri la felicità e la felicità va condivisa.

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Quella bocca veste converse

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Arrivo in biblioteca col freno posteriore della vespa che cigola un poco, dispettoso; alla sera, quando ormai è ora di rincasare, scopro con gioia fanciullesca che anche la leva della frizione ha preso coraggio e, d’improvviso, cerca il dialogo con misurati cinguettii, quando la rilascio. Tiro la frizione, salgo di marcia, mollo la frizione, questa cinguetta e io sorrido. Così fino a casa.

La ragazza seduta davanti a me è bella particolare. Ho preso posizione in uno dei pochi posti che ho trovato liberi sull’ora di pranzo, in un’assemblea di fogli e libri chiusi diligentemente, disposti a marcare il territorio. Lei è arrivata poco dopo, si è seduta al suo posto riprendendo quasi subito lo studio. Oggi ho un sacco da fare, sono piuttosto indietro, ma la sensazione è piacevole: questa studentessa universitaria non mi distrarrà più del dovuto. Ha i lineamenti netti, come se nel tracciarle la sagoma del viso qualcuno si fosse soffermato a riflettere, sceso poco sotto gli orecchi, e poi avesse deciso di convergere al centro, al mento. Appena sopra si trova una bocca molto graziosa, che parla poco e talmente piano da non offrire mai un serio pretesto per farsi guardare, così torno ad appoggiare gli occhi sul mio grande libro. Di tanto in tanto mi soffermo su quella bocca e non capisco dove l’ho già vista e che legame particolare abbia con quel mento, ché forse è per via del contorno che mi sembra di conoscerla. Poi accade l’epifania: Michelle Hunziker. Nel senso che finalmente ne sono venuto a capo, ho colto la somiglianza che cercavo. Devo ammettere che quelle labbra chiuse e silenziose sono esattamente le sue, per quanto ne possa sapere io. Ora sono più tranquillo, lo studio procede con ritrovata progressione, le labbra permangono chiuse, nette; l’impressione iniziale trova precisa conferma, è un’ottima compagna di studio.

Si alza qualche volta per andare non so dove, immagino al bagno. Me ne accorgo pur senza alzare lo sguardo, per non passar male. Chissà dove andranno quelle converse colorate? Quel jeans largo in controtendenza, che le cela le gambe, probabilmente va in direzione ostinata e contraria; così come le labbra, curiosamente educate in una biblioteca frequentata da chiacchieroni; come la maglia smanicata che indossa, colpisce perché nera e senza scollo. Dev’essere senz’altro una ragazza interessante, maledizione le ho appena guardato il culo. La sua amica se ne sarà accorta? Pazienza. Peraltro, con quel jeans sformato, per scorgerle il culo ci sarebbe voluta fantasia.

Mi chiedo secondo quale probabilistica le persone che non si conoscono si siedono allo stesso tavolo. Fantastico sulle coincidenze, conto mentalmente i posti a sedere dell’intera sala, quindi di tutto il primo piano; col piano terra non ho consuetudine, gioco forfettario, arrotondo per eccesso. Tra decine di piedi nudi vestiti di sandali o mocassini mi è capitata davanti una converse. I nostri sguardi si incrociano appena due volte in tutto il pomeriggio, ma alla seconda volta, quando ho ormai completato buona parte del mio programma, capisco che in realtà quella bocca che veste converse io già la conosco. Non perché ci veda un sorriso famoso, bensì perché ci piacciamo su instagram. Ora che ci penso è proprio lei: ieri le garbava una foto che ho scattato a una ciminiera tozza paragonandola a un ciliegio in fiore senza età.

Dunque, ci conosciamo? Che strani i rapporti di oggi. Forse se avesse pubblicato una foto delle sue converse avrei riconosciuto prima loro della bocca, ma in realtà pubblica quasi esclusivamente paesaggi. Potrei salutarla, improvvisare. Qualcosa che principia con un sorriso sbarazzino maldestro intraprendente che introduce parole in libertà, curiosità in pillole, ieri premevi il bottone col cuore, oggi son io che attacco bottone. Dunque, ci conosciamo? Torno alla vespa pensandoci su. La bocca in converse se ne è andata poco dopo le sette, poco prima di me, ci siamo detti ciao alla fine. Quel che penso di tutta questa storia sviluppatasi nell’arco di un pomeriggio è che effettivamente si è svolta davanti ai miei occhi, e non su instagram. Le tue foto sono carine, ma non sapevo che il tuo sorriso vestisse converse.

Non so niente di te, conosco un sacco di cose che ti piacciono, com’è che ti chiami?, avrei anche altre domande, non sono sicuro di poterne intuire le risposte. Ora che ci penso, ti ho detto che la mia pesca è una tabacchiera. Magari, la prossima volta che ci vediamo, ti racconterò della mia vespa che ogni tanto cinguetta, mentre sorrido, tornando a casa.

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Quotidiane disfunzioni

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Ieri mattina, dopo appena cinque minuti di viaggio, ho tamponato una anziana signora che non so se mi ha sorpreso di più per la lentezza con cui si voleva immettere in una rotonda completamente libera o per la velocità con cui mi ha fatto chiamare dalla sua compagnia assicurativa.

Ieri sera, in maniera del tutto inattesa, la seconda doccia fredda, letteralmente: era andata in blocco la caldaia. Sono solito abbandonare l’acqua calda quando arrivano i trenta gradi, ma ad ogni modo avrei gradito decidere io quando iniziare. Ma tant’è.

Stanotte, dalle ore 00.00 alle ore 07.40, ho finito di scrivere le conclusioni della tesi. Due specializzandi, due Ceres e due fiaccole a casa Quaranta. Per rileggere ho impiegato fino alle 08.30.

Stamani ho portato la tesi a ricevimento dalla mia relatrice, che mi ha detto che non mi garantisce di farmi diplomare a luglio perché è molto impegnata, e non ha nemmen voluto le dieci pagine di conclusioni stilate nottetempo e stampate di fortuna. Quant’è umana lei.

Dopopranzo recupero le ore di sonno, e un po’ di pace interiore, andando a trovarla al Parco della Pace in monociclo.

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Primizie

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Sammommè, mia terra d’elezione.

Sono tornato ad avventurarmi nell’orto dietro casa, un giardino su più terrazze cui si accede grazie ad una scala in muratura costruita da mio babbo. Il sole del tocco rendeva di una bellezza accecante tutto ciò che mi si parava davanti, ad iniziare dalle rose più alte di me. L’orto sale dal tetto di casa fino alla foresta e gode di una discreta esposizione. Subito mi è caduto l’occhio sul prato di foglie morbide delle fragoline di bosco, un verde intenso tutto punteggiato di rosso morbillo: mi sono accovacciato e, con tutta la calma del mondo, immerso nel silenzio più totale, ho principiato la raccolta. Mi sono arreso soltanto una volta riempita la vaschetta, che, qualche spanna appena sotto al mento, stava inebriandomi di un profumo dolce. Ho adagiato tutto sul tetto di casa e ho seguitato a salire.

Le scale che separano una terrazza dall’altra sono morbide e ti accolgono scortate da alberi da frutto d’ogni tipo. Il primo ad incontrarsi è un melo, i cui rami fungono da appiglio sicuro in assenza di corrimano; dopodiché, sulla destra, ad alleggerire la pressione con la sua ombra si erge un ricco susino. La prima terrazza accoglie piccole piante di pomodoro e di zucchina. Poco più dietro, a ridosso del muro, vi sono due vasche colme di terra e, in minuscoli vasi, altre piantine di pomodoro. C’è poi una fitta macchia verde scura di foglie opposte le une alle altre: le sfioro con la mano destra, le lascio scorrere tra le dita per essere invaso dall’odore pungente della menta selvatica. Un nespolo ed un alto fico mi osservano silenti mentre gioco con la natura.

Salgo ancora più su, costeggiando una bassa siepe di alloro e trovando quello che a primo impatto sembrerebbe essere un altro bel cespuglio di menta, dall’odore forte di limone stavolta: è melissa. Anche lei è protetta da un superbo nocciolo che le fa ombra ed al tempo stesso cinge i prossimi gradini. Di sopra, oltre la terrazza dove si trova la capanna degli attrezzi, c’è un prato spoglio completamente adombrato da alti castagni. Questi signori meridionali ultimamente non se la passano molto bene, sono malati, tuttavia le loro chiome sembrano più sane adesso.

Fo per guadagnare l’ultima terrazza, quella dove spiccano due casette delle api, una gialla ed una rossa, quando un rumore di calpestio cattura la mia attenzione. Viene da poco più su, oltre la rete di recinzione, nel bosco totale, ed è un bambi che mi osserva grazioso con i suoi occhi scuri e brillanti come le notti senza luna. Come se d’improvviso avessi davanti a me la Gorgona, mi faccio pietra; e, a fronte di tanto natural spettacolo, non mi preoccupa nemmen più il ronzio vicino delle api.

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Madrugada

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in questo simpatico video realizzato dall’associazione Cervantes in cui si chiede ad una fitta serie di personaggi famosi di origini ispaniche quale sia la loro parola preferita della lingua spagnola. Mi ha fatto sorridere come accade puntualmente ogniqualvolta il mio udito capta l’accento spagnolo, un po’ per nostalgia ed un po’ per interesse. Mi è piaciuto perché trovo le competizioni linguistiche – in questo caso di estetica linguistica – deliziose e stimolanti. Ma mi ha allo stesso tempo incuriosito: vengono dette una dopo l’altra parole belle e preziose, dai significati profondi o dal suono piacevole, talvolta quasi prevedibili, con musicalità da bailamos ad amistad passando per murcielago (pipistrello).

Ho ascoltato attentamente le parole elette dai volti noti, per poi chiedermi cosa avrei detto io. L’idioma spagnolo è, come del resto la mia lingua madre, ricca di parole bellissime! Sceglierne una, adottarla, richiede ricerca e attenzione. La mia prescelta avrebbe dovuto soddisfare un imprescindibile bisogno di significato, esprimendo un concetto sufficientemente corposo e di una qualche rilevanza; ma allo stesso tempo volevo un suono limpido e schietto, giustamente musicale. La scelta è ricaduta su madrugada, la parola che dà titolo a questo pezzo e che in italiano potrebbe tradursi pressappoco con “alba”; in realtà il termine abbraccia una significativa fetta della giornata, indicando le ore che vanno dalla mezzanotte alle prime luci del mattino. Perché è così interessante? Andiamo, quanti anni avete? Sono le ore più ricche, quelle cruciali.

Il fascino del fare le ore piccole è un’ebbrezza prettamente giovanile, quasi come fosse un dazio dovuto alla freschezza delle forze, un tributo da versare per fruire dell’ebbrezza suadente della notte. Vivere la notte è un’arte particolare, che si apprende finalmente in quegli stessi anni in cui dalla maturità liceale si varca la soglia del mondo accademico: lettere e simboli d’inchiostro nero che vanno a collocarsi l’uno sull’altro come fossero esami riportati su un candido libretto universitario. Quando sai esattamente dov’è possibile fare dannatamente tardi quale che sia il giorno della settimana, con buona pace della sveglia del giorno dopo. Della fanciullezza ricordo con grande piacere la tranquillità che si respirava in casa ad ogni capodanno – che allora sì era un giorno di rottura dal convenzionale – quando con babbo mamma ed amici di famiglia si erano fatte ore piccole a ballare da qualche parte e non ci si alzava dal letto se non al pomeriggio.

Quest’anno mi è capitato spesso di tornare a casa ad orari improponibili. Credo di non avere mai visto sorgere così tante volte il sole prima di spegnermi. Mi sono lasciato ammaliare dalla melliflua voce della madrugada, trovando spinte mentali ed energie fisiche che nemmeno pensavo di avere. Certo, è stato un anno particolare e sono consapevole che tornerò a contare le albe sulle dita di una mano, magari apprezzandole di più. A poco a poco mi defilerò da quella gente della notte che si conosce un po’ tutta e tanto sappiamo tutti come va a finire, buonanotte e ci vediam domani. 

Tuttavia, non ho la frenesia di trovarmi una nuova palabra favorida. Detesto tornare sui miei passi. Certo però che anche volver è una gran bella signora, e con tutto questo spagnolare mi è tornata voglia di vedermi un Almodóvar in lingua originale.

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Filare

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Leggendo Venuto al mondo di Margaret Mazzantini, potente si è riaffacciata in me la voglia di scriver di qualcosa. O meglio, quella già c’era, latente, da circa un paio d’anni. Diciamola tutta: non mi ha mai abbandonato.

Potrei dire senza timore di esser smentito che scrivere sia, delle cose della vita, una di quelle per me più soddisfacenti, più ricche di piacere: un appagamento tanto grande quanto poco è il tempo sacrificato per raggiungerlo. La celebrazione della scrittura si compone essenzialmente di tre fasi, che vo a delineare. Al principio il nostro affezionatissimo (per riprendere una terminologia assai cara a chi come me iersera si è gustato per l’ennesima volta Arancia Meccanica) si muove in un mondo ovattato, quasi con timore, in un tentativo di riacquisizione della confidenza ormai perduta colla tastiera, desideroso al tempo stesso di liberare i pensieri. Chiaramente è la parte più ardua, che per quanto mi riguarda non c’è modo di superare se non portando all’esasperazione il desiderio di scrivere. È pur vero che elemento imprescindibile per scrivere è posseder l’ispirazione, tuttavia spesso capita che pur avendo il cuore straziato o la testa colma di sole ciò non si traduca in grafica, perché lo si somatizza ovvero lo si convoglia in qualcosa di costruttivo/creativo, o lo si tiene dentro fintanto che non di raggiunge una delle due foci appena dette. Pertanto delle due l’una: o dello scrivere si fa esercizio in maniera proficua e continuativa, abitualmente – beati coloro che hanno il vizio di appuntarsi il quotidiano in un piccolo diario –, oppure è inevitabile che l’approccio ogni volta sia schivo, insicuro, non sereno, quasi come se il foglio bianco fosse una bella figliola vissuta gioiosamente qualche tempo addietro e da allora mai più risentita.

Una volta disturbata l’omogeneità cromatica che si ha davanti, il più è fatto. Se sei arrivato fin qua non puoi esserci giunto invano, verrebbe da dire! Lascia scorrere libero. Ed ecco che prende il via la seconda fase, in un graduale crescendo di soddisfazione: quel che prima di nebuloso si trovava nella testa finalmente si giustifica, trova una scaletta ed un’impaginazione; scopre dei periodi in cui essere racchiuso e della punteggiatura capace di fare ordine in una respirazione fino a quel momento confusa e contraddittoria. Mettere nero su bianco quel che si ha dentro è anzitutto un modo per conoscersi, quindi per sfogarsi, talvolta per comprendersi. Soltanto quando si è raggiunto un controllo sufficiente sul materiale a propria disposizione si può proficuamente discernere quel che è opportuno conservare e quel che invece va accantonato, per poter andare avanti. Se l’obiettivo della prima fase consisteva nel guadagnare l’approccio colla pagina, il fine ultimo di questa seconda altro non è che trovare il contenuto. Si badi bene, spesso il contenuto langue. Talvolta si inizia a scrivere senza ben sapere dove ci porterà la penna, pur avendo i migliori propositi e il più buon inchiostro di questo mondo; semplicemente – siccome la scrittura, come ogni arte, è strettamente personale – il filo rosso che lega l’un l’altro i nostri pensieri può confondersi o diradarsi… e magari si è preso spunto da un filare di viti e si finisce col parlar di musica, senza per questo aver fatto uso di hashish o chiamarsi Baudelaire (non che vi sia alcunché di male). Non v’è da trarre alcuna preoccupazione dal caos mentale, la scrittura serve il bisogno di dipanarlo. E nel farlo, conviene arricchirsi: di etimologia, di sinonimi, di colori e di suoni… Lo scriver bene non è mai un orpello nella vita.

La parte finale è il raggiungimento del climax. Si ha un testo davanti, si ha un’ora o più di scrittura alle spalle. Lo si rilegge e lo si mette da parte. Servirà. I pensieri vanno e vengono, possono permanere in testa diverso tempo, ma non c’è passione che sopravviva con eguale intensità al trascorrere degli anni. Scrivere significa conservare la memoria, perché è notorio che verba volant, scripta manent. Rileggere quel che si è detto tempo addietro fa fare dei gran bei sorrisi, è come guardare delle vecchie foto o prendere una birra con i compagni più stretti del liceo. Scalda il cuore come un amore mai dimenticato e talvolta fa scendere anche qualche lacrima, di pura nostalgia.

Post scriptum. 

Il titolo di questo pezzo è per via della Mazzantini. La sto scoprendo adesso e mi piace da morire, scrive delle cose bellissime, dipinge con l’inchiostro. Mi aveva colpito in particolare l’immagine delle ciglia chiuse su una palpebra pallida che ricordavano filari di alberi morti nella neve. In realtà volevo scrivere qualcosa su questo, o sui filari, sulla campagna toscana, sulla raccolta delle olive, non so bene; l’importante, come anzidetto, è scrivere un poco. Viva!

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L’attenderti è dolce…

… Ma avrei preferito di gran lunga il tuo arrivo.

Non voglio pesarti oltremodo in questa situazione che di suo mi rendo conto dev’esserti già abbastanza claustrofobica, nel senso da farti mancare l’aria. Non voglio mettermici pure io con i miei pensieri che, per quanto quelli riguardarti te siano splendidi, si chinano giù come un girasole quando il tuo sole non sorge per me.

Perciò non ti dico nulla, nonostante le cose che vorrei dirti siano tante. E bada bene, non ce n’è una brutta. Non te le dico non perché sia eccessivamente pudico, non lo sono mai stato in amore; lo fo esclusivamente perché ho detto ad un amico che non ti avrei condizionato in alcun modo, e nonostante le chiacchiere suadenti delle quali sei tutt’ora a lezione forse comportarmi diversamente mi macchierebbe ancor più di quanto già non lo sia.

Ma soprattutto lo fo per te, ché non vorrei ti sentissi in colpa per aver passato la notte con lui, anziché con me.

Ti voglio un gran bene piccola mia, a domani…