0

Mistero buffo

img024

Annunci
0

Vieni qui

378680_295935573780122_191264007580613_916467_284612573_n

Vieni qui, ho voglia di far l’amore.
Non vedi che sono pazzo di te? Ma certo che non c’è nessuno in casa.
Dai, muoviti, dammi un bacio, succhiami le labbra, più grandi di così tanto non possono diventare.
Che meraviglia sei. Uno spettacolo della natura, una rappresentazione di ciò che di bello c’è al mondo. I miei occhi si aprono e si chiudono ad ammirarti come fossero il sipario di un teatro fantastico.
Non esitare, non posso attendere un attimo di più. Vieni qui.
Cammina su quei tuoi piedi magnifici, cammina sopra di me, poi scendi a trovarmi. Ma non ci mettere troppo, con i passi piccoli che hai.
Sorridi. Sorridimi.
Fammi vedere come sollevi quelle gote incredibili, mostrami come con quel sorriso illumini ciò che ti circonda, il tuo bel musetto in primis.
Sei una luce che non si spegne mai, un faro acceso solo per me.

0

Sono io la morte (e porto corona)

Immagine

E’ interessante notare come la morte sia lo spettro, la bestia nera, il timore costante che si affaccia nel momento più inatteso sulla umana vita. D’altronde, vivere per pensare alla morte sarebbe uno spreco, ma vivere senza rifletterci nemmeno un secondo è senz’altro una utopia. L’uomo ha il desiderio di avvicinarsi al proibito e di scoprire quel che la sua conoscenza gli nega, quel che non sta scritto sui libri, e se fino a qualche secolo fa la religione si era arrogata il diritto di poter fornire una spiegazione valida ed esaustiva in cambio di pochi spiccioli, ed ovviamente della fede incondizionata, il moderno uomo laico di pensiero razionale non ha alcuna risposta alle sue domande, semplicemente perché non può averne. Rifiuta a priori il pacchetto confezionatogli a misura dalla Chiesa, e, pur volendo godere della sua esistenza, volge il pensiero a quel che sarà dopo, una volta danneggiato quel delicato meccanismo che ci permette di vivere. Concordo quindi con Reale quando sostiene che laicità e religione vanno di pari passo su un punto, l’indomabile sovranità della morte, un destino ineluttabile per chiunque, cui nessuno può vedere oltre, nemmeno la fede. E’ buffo però notare che, come la morte mette d’accordo credenti e non credenti sul suo essere invincibile regina, essa abbia l’invidiabile potere di abbattere qualsiasi fede, convinzione, privilegio, identità. E’ proprio questo il punto: di fronte alla morte siamo tutti uguali, dall’arcivescovo all’operaio, dal re al contadino, è Totò in persona a chiarire con la sua arte tale concetto ne “’a Livella”. Quindi, se questa regina che domina incontrastata su tutti noi riesce con la sua mano a portare finalmente un briciolo di pace tra le anime, le eguaglia socialmente, e ne ripulisce la coscienza.. non dovremmo forse accondiscendere alla sua volontà, piuttosto che temerla inutilmente?

Prima fu Epicuro, che portò avanti una teoria d’avanguardia sulla morte, fin troppo illuminata per il suo tempo. “Finché siamo vivi la morte per noi non esiste, dopo siamo noi a non esistere più”, scriveva cercando di eliminare nell’uomo il naturale e ancestrale timore verso l’ignota fine. Lucrezio ne ripercorse le orme e col suo Carpe Diem incitò l’uomo a godere dell’unico tempo a sua disposizione, il presente, e di non curarsi di quel che è stato né tantomeno di quel che sarà. Ma aldilà delle argomentazioni, a dir poco innovative, di cui la dottrina epicurea si servì per diffondere il messaggio, è sorprendente vedere come già duemila anni fa si cercasse di offrire all’uomo un punto di vista razionale sul divario vita/morte e su come quest’ultima non potesse essere una fonte costante di dolore, ma un piccolo inevitabile anello di un’ampia catena utile alla società, allo sviluppo e all’avvicendarsi delle generazioni. Seneca scrisse “nascendo quotidie morimur”, come dargli torto? La sua è una lucida riflessione su quanto la morte interessi la nostra vita ancor più di quanto ci si immagini. Ogni secondo che scorre e’ un prezioso secondo che va a costituire nuova linfa vitale per la regina armata di falce, ogni giorno della mia vita è una crema di bellezza per tale lugubre e sensuale signora, che su di me come su di ogni altro si mantiene giovane e in forze, mai appassendo e sempre lasciando appassire. Niente di più vero, quindi, considerato ciò ogni giorno dev’essere visto come se fosse l’ultimo, come se d’un tratto potessimo avvertire la sottile lama argentea di morte tangerci il collo, e lentamente chinando lo sguardo sbirciare sul letale strumento nel disperato e sfacciato tentativo di vedere in volto l’estrema nemica.

Cos’è quindi la morte se non un ultimo bacio, improvviso quanto soave, che solleva da qualsiasi turbamento e permette di ritrovare quella pace tanto desiderata in vita e mai raggiunta? Detto tra noi, per morire ancora c’è tempo, ed io preferisco non pensarci, da perfetto porco del gregge di Epicuro. Non sempre però è stato così, da piccolo la morte mi faceva paura, e ci pensavo eccome. Perdere i miei cari, perdere i miei vizi, perdere la mia fanciullezza… che triste storia. Ma a dire il vero l’unica mia preoccupazione era che, una volta morto, nell’aldilà non ci fosse nemmeno un’edicola dove comprare Topolino.

0

Dodici terzine dantesche per te

Pensar che principiò tutto ad agosto
per via d’un bacio reo e pur salato
che detti alle tue labbra senza costo, 3

senza meditazione né pregato.
Più volte siam tornati sul delitto
bevendoci la notte ed il reato, 6

e da quel colpo che io t’ebbi inflitto
te non saresti giammai più ripresa:
studiando come vincere il conflitto, 9

forte del tuo ripudio della resa,
mescesti la passione dentro al mese
colla speranza di trovar l’intesa 12

che nelle tante storie estive spese,
mancando, spesso gioca da condanna.
Così lasciammo mare e stelle accese, 15

abbandonammo la nostra capanna
e al sorger di settembre già sapevi
quant’è duro tener, sola, la spanna. 18

Seguendo la corrente, con Allevi,
tentasti di trovare un compromesso
giacché fondatamente tu temevi 21

lo cieco vicolo del solo sesso;
e pur essendo il solco già tracciato
aratro tu facesti di te stesso. 24

Sapevo allora già d’essere amato,
scordar però dovevo ante di tutto
la primavera che m’avea drogato. 27

Giunse l’autunno, e fu listato a lutto
per te che non volevi più aspettare
ed io che ti vedeo come prosciutto 30

gustato in un abbraccio da mangiare!
Quante merende le ci siamo fatti,
non è mancato posto per sognare; 33

e mai che ci sentissimo assuefatti
né sazi di quel rapporto selvaggio,
ch’a lungo andare ci rendeva matti. 36

Per questo tu considerasti saggio
ponermi a fronte della decisione.
Repente mi trovavo come Baggio, 39

le mani sul delicato pallone
coi passi fermi sopra il mio dischetto
e il cuore solitario d’un procione. 42

E chiesi a me medesimo l’effetto,
quel che sarebbe stato del mio cuore
a seguito d’un soffio non corretto. 45

Dicevo, quindi, di questo rigore
fischiato il giorno quindici del mese
quando l’oriente di Berlino muore. 48

Le luci della notte eran già accese
e una scintilla dentro mi c’aggiunse,
perché nel valutar le tue pretese 51

pericolo di perderti mi punse:
fu allora che qualcosa da me, dentro,
ineluttabile ti si congiunse. 54

Anche perché prima d’allora entro
noi, mai si vide similar rapporto
ansioso di trovare baricentro. 57

D’una cosa m’ero appena accorto:
se scelta era tra ve’ersi e ‘un vedersi
migliore era far lo tempo più corto! 60

Così non più animi in brocca persi,
vecchie paure, tinte Floyd rosa,
t’asciugai colle dita gl’occhi aspersi. 63

Laggiù è principiata questa cosa,
sedile posteriore d’un ulivo,
che mal si presterebbe per la prosa 66

poiché vive soltanto di corsivo,
di lettere d’amore e di poesia
immortalate dell’inchiostro vivo 69

ch’a tempo sgorga dalla vena mia
poetica, scandito dall’idea
caotica, della tua frenesia. 72

Il popolo di me t’ha eletta dea,
poiché come risulta dagli studi
hai su di me l’effetto panacea 75

ch’ammorbida gl’ostacoli più crudi;
ma so ch’ad ammaliarlo è il tuo sorriso
ch’indossi quando dalla gioia prudi 78

che muta i lineamenti del tuo viso
ed evidenzia le tue sode gote
in un ritratto che io porto inciso. 81

E pure quest’estate, a città vuote,
trovammo la pienezza del tuo mare
felice lido che scordar non puote 84

le volte che sentì noi litigare.
E più di tutte una, spartiacque
della disonestà del mio amare, 87

che tante volte, interrogato, tacque
ma quella volta seppe raccontarti
ciò che d’inaspettato tanto piacque. 90

Opera degna de’ più bravi sarti,
abbiam rimesso assieme i frammenti
cucendo a caldo sulle nostre parti 93

una nuova dichiarazion d’intenti
che ho portato meco fin Fiorenza
in un addio d’attimi fuggenti. 96

Credetti e hai creduto che già senza
viver vicini s’andasse a svanire,
che fondamento fosse la presenza. 99

Ed ecco nuova fonte da scoprire,
quella distanza che ingigantisce
ostacoli, mancanze e ne fa spire. 102

Vivere nell’attesa che finisce
aiuta ad apprezzare ciò ch’è vivo,
ogni cammino, volo che ci unisce 105

è come l’acqua limpida d’un rivo
che sciacqua questo amore e lo fa forte
autorità d’un anno distintivo. 108

0

Bohemian Love

E tu mi dicevi sempre ‘ sei la mia gattina ’
ed io non facevo che miagolarti parole e discorsi da mattino a sera, per spiegarti quello che mi correva dentro.
Ma tu eri un cerbiatto e ciò che un gatto può esprimere con la melodia del suo chiacchierare, tu potevi farlo semplicemente porgendomi gli occhi, logorroici e muti.

***

I cerbiatti sono animali graziosi e leggiadri, dal movimento agile e dal manto pulito che ben si presta ad essere lisciato. Zampettano qua e là, con leggerezza e disinvoltura, come se l’ambiente circostante appartenesse loro: ed in fondo, un po’ gli appartiene. Si ritengono i signori del bosco, in virtù della propria maestosità. Ma anche il più bel cerbiatto è indifeso e solo nella vastità della foresta. La leggiadria spesso finisce per essere un poco di più della delicatezza, e come ogni cosa delicata anch’essi temono le insidie che si celano negli anfratti oscuri.

I gatti invece hanno sette vite. Non demordono mai. Cascano sempre sulle zampe, e dalle cadute sanno rialzarsi con indicibile rapidità. Si leccano le ferite così come il pelo, e sono così deliziosi quando intenti in questa pratica. Hanno una irresistibile e dolce capacità di attrarre gli sguardi in virtù della propria sinuosità, delle arti acrobatiche che li contraddistinguono; e se prediligono le carezze e le coccole, all’occorrenza sanno tirare fuori le unghiette, e graffiare. Un gatto non è mai solo, un gatto sa vivere nelle difficoltà e conosce l’arte dell’arrangiarsi.

E’ per questo che ogni cerbiatto necessita di un gatto che gli cammini vicino, per affrontare assieme le asperità del destino, per mescere l’un l’altro la solitudine e la vita di branco, e sentirsi meno soli nella foresta della vita.

5

Visto che mi vuoi lasciare

Cresce nell’animo frustrazione gioia,
amore paura insicurezza volonta’
vorrei che finalmente tal conflitto
decretasse un definitivo vincitore.

Rivoluzione compi’ attorno al sole l’amor nostro
e qualche mese in piu’ di tenerezza
e te che sola piacere d’amar mi donasti
proprio te adesso rivuoi il tuo dono.

Non posseggo la saggezza di colui
che la vita ha affrontato per intero,
ma le nuvole rapide mi han sussurrato
che non muore cosi’ un amore…

Sfiora il cuor mio l’ipotesi di viver senza te;
preferirebbe il sicuro tocco della morte.

 

2

Bagnasciuga

Poesia
è mestiere tuo nel mondo
sottile limbo di passione
dove acqua e terra si fondono
generando un’unica, umida progenie.

Luna
candida scia su uno specchio d’onde
ti illumina del suo tocco,
candela lucifera sul dionisiaco amplesso
groviglio di pelle su la battigia

All’indomani
guidate da certa inesperienza
piccole mani ti plasmano di gioia
facendoti fortezza e fossato
fragile difesa di un’infantile sicurezza

Incontro
sei te d’anime e d’elementi
turbolenze umane e natural sospiri
passi salmastri si rincorrono
non smetterà mai di baciarti il mare.