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Camilla (ode alla gioia)

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È così che succede: una mattina te ne stai tornando a casa di buon umore, nonostante sia sabato e il cielo sopra Prato non sia esattamente dei migliori; tuttavia sei sollevato, perché hai appena redatto un buon atto di appello, funzionerà, l’esame di abilitazione è ormai alle porte, oggi pomeriggio mi rilasso un poco. Richiami quel tuo amico che ti aveva cercato con insistenza mentre eri a scrivere, per sentire cosa ci fosse di tanto importante da spingerlo a chiamarti, una tarda mattinata di un sabato di fine novembre.

Che cazzo dici. Non dirlo un’altra volta, mi fai incazzare. Stai scherzando. Come è successo? Porca madonna.

Lungo la strada verso Pistoia sembra che il cielo piano piano stia diventando sempre più cupo e freddo. Che giornata di merda. Arrivo all’ospedale, eterodiretto, l’ho sempre visto dalla tangenziale e non avevo mai osato avvicinarmici. Seguo la segnaletica che recita “obitorio”. Nel momento stesso in cui leggo la parola mi si ghiaccia il sangue nelle vene, e vorrei fare inversione. Non tanto perché abbia improvvisamente realizzato l’accaduto, quanto perché ancora mi rifiuto di crederlo reale e, nonostante mi sforzi, anche i cartelli mi remano contro. Obitorio è una parola che lascia poco spazio alle interpretazioni, e si concentra sulla materia più concreta: fuori i pensieri, dentro i corpi. Ho lo stomaco girato dentro al piumino, lascio la macchina parcheggiata maldestramente in un parcheggio inesistente e varco il cancello d’ingresso che dà sul piazzale antistante la camera mortuaria. Ci sono un sacco di facce conosciute lì che mi guardano, e nessuna di queste sembra apparentemente contenta di vedermi. Sono visi che ho visto crescere con il sole d’agosto, in quella località ridente di Sammommè, sulla collina pistoiese. Sorrisi adesso manco a parlarne. Ne abbozzo uno alla generalità degli sguardi che mi si fanno incontro, fatti di occhi rossi e increduli. Sono imbarazzato, non so che fare, cosa dire, nemmeno la gestualità mi aiuta, il sorriso latita. Finalmente ricevo un abbraccio, robusto, quasi aggressivo, inatteso. Mi lascio abbracciare, quindi mi lascio andare: è l’inizio di una sequela di abbracci spontanei, smisurati e ininterrotti, intervallati solamente da poche parole, insufficienti a formulare una frase anche se distese tutte insieme, qualche bestemmia. C’è un gran calore e mi sgancio il piumino dopo poco. Si respira un’aria livida, strano miscuglio di aggressività e affetto. Una piccola comunità formata da una ventina di ragazzi e ragazze intorno ai trent’anni, cresciuti assieme, si cinge a lutto all’obitorio del San Jacopo di Pistoia, per piangere una di loro, che di anni ne aveva appena 22. Quel veleno che hai in bocca e che vorresti sputare sull’asfalto nuovo, quelle parole che non ti vengono, i pensieri sconclusionati e i ricordi, tanti, si accavallano l’uno con gli altri, è un ginepraio fitto, come a Sammommè.

In quei pochi minuti interminabili vissuti davvero davanti alla camera mortuaria, cui non avevamo accesso, ho conosciuto per la prima volta la sensazione che si ha quando la morte tocca qualcuno a te vicino, ingiustamente, senza avvertire. Non è solo il rammarico e la rabbia di aver preso un cazzotto alla bocca dello stomaco, rimanendo senza fiato ad ansimare in un angolo. I tuoi respironi di dolore non sono niente di fronte al senso di impotenza che talvolta si ha nelle cose della vita, del dover prendere e del dovere anche lasciare. Quel sabato pomeriggio, al San Jacopo, ho capito che quelle facce tristi e spaurite e di poche parole avevano delle braccia incredibilmente più robuste del solito, che si facevano incontro agli amici e attorno loro si cingevano, in un abbraccio inusitato, interminabile, insperato, talmente forte da poter far breccia anche nel piumino più imbottito, arrivando senza indugi alla carne viva. Ho scoperto che quando il destino infame colpisce a morte una persona vicina, i sopravvissuti hanno necessità di stringersi forte gli uni con gli altri per rendersi conto di essere ancora vivi.

La Millina era una persona splendida come poche ce ne sono e mi viene da sorridere a pensarci, proprio adesso che inizio a piangere dopo aver scritto già un bel po’ di righe, senza però averla mai pensata direttamente. Ora mi sforzo di pensarti, a poco più di dieci ore dal tuo funerale. Metto in fila i ricordi, sento la tua voce, con la stessa forza con cui mi impongo di non venire a darti l’ultimo saluto, di non avere altre immagini di te che non siano col sorriso e voce stridula annessa. I sospironi sono la costante di questi pochi giorni di alti e bassi, è che questa vicenda toglie il fiato. Ti davi un gran da fare nonostante fossi così scricciola, ti ammiravo per la perseveranza, per il voler prendere quella laurea che non sapevi nemmeno perché stavi prendendo, per volerlo fare nonostante lavorassi quatto sere a settimana in un ristorante, a far la cameriera, come me. Ti facevi in quattro ed eri sempre col sorriso su. Mai spenta, mai una storta, di sorriso sempre vestita. Avevi una voglia di vivere inviolabile, il sì più facile del no, lasciavi andare di pari passo il tuo essere curiosa e ingenua. Amavi circondarti di persone semplici e sorridenti, ti piaceva viaggiare e nei tuoi viaggi spesso non ti spostavi nemmen di tanto, con le cartine sempre dietro e la mente libera che avevi. Libera dai pensieri, che non davi a vedere; libera dai limiti, che sfidavi col tuo ritmo non comune. Insomma eri una piccola grande anima che ho sempre considerato molto simile alla mia, nelle attitudini e nella indole, e la tua scomparsa prematura mi strazia profondamente. Ogni piccola dose di te era un toccasana anche per le cinciallegre e credo che nessuno qua abbia ancora realizzato quanto mancherai.

Credo anche che la bellezza che portavi teco ovunque andassi, in qualsiasi contesto lavorativo o di svago, quella felicità suprema, non debba andare perduta. Sarebbe uno spreco di grandezze inconcepibili. Domani non ci sarà più Camilla, ma quel che Camilla era per noi resterà qui, attraverso noi: e tutti coloro che l’hanno conosciuta e apprezzata per quel che era si sentiranno in dovere di far propria una delle sue tante virtù, nella preziosa occasione di migliorar se stessi. Il perfezionista acquisirà un briciolo di ingenuità, che aiuta a vivere un po’ più spensierati; il musone magari imparerà a mettersi un sorriso prima di uscire; il pantofolaio si farà trascinare una volta di meno dal divano e una volta di più dagli amici in discoteca; l’uomo con i piedi per terra imparerà a volare, e vedrà la Thailandia, senza nemmeno andarci. Il modo migliore per ricordarti, Millina, è portarti con noi: ma non dentro di noi, intatto simulacro per il nostro compassionevole ricordo privato, bensì fuori, a giro, perché tu eri la felicità e la felicità va condivisa.

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Istigazione

L'imputato Erri De Luca al termine dell'udienza del processo che lo accusa di istigazione al sabotaggio in Tribunale, Torino, 27 Gennaio 2015 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Integra gli estremi della istigazione a delinquere apostrofare i presenti in un comizio con le parole “nessuno di voi risponda alla chiamata all’Esercito per difendere i capitalisti e gli imperialisti americani” (Cass., 20 ottobre 1955, Nardo).
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In appena sessant’anni, quanta strada già percorsa. E quanto romanticismo nella istigazione a seguire un ideale! Ha ragione Erri De Luca. Sabotare è proprio una bella parola. Sabotare come boicottare, come prendere posizione, criticare, opporsi, discutere, il sale della democrazia. Non è vero, naturalmente: sabotare, dizionario alla mano, porta con sé un alone di materialità che anche uno dei migliori parolieri italiani in circolazione stenta a confutare dignitosamente in un’aula di tribunale. La sua difesa è più che dignitosa, per carità; ma è una difesa appunto romantica, letteraria, che fa battere il cuore per il sentimento di giustizia innata che porta con sé. Tutte le persone di buon senso stanno con Erri De Luca, non tanto perché hanno letto un suo libro o lo hanno sentito ragionare o, giammai!, sono solidali con la causa NO TAV; le persone di buon senso, semplicemente, hanno buon senso. E percepiscono l’ingiustizia insita nel comminare una condanna detentiva a una persona che tuttalpiù può armare dei cervelli, scuotendoli dal torpore, invitandoli ad alzarsi e a portare su uno scudo. Oggi, in aula, l’imputato per istigazione a delinquere, romanticamente, ha professato di esercitare una legittima difesa contro lo svilimento delle terre della Val Susa, la loro depredazione, inutile e costosa. La legittima difesa non funziona così, questo semmai è un vero e proprio diritto di resistenza, non riconosciuto dal nostro ordinamento se non nei limiti del diritto di manifestazione. Ma pazienza: il giudice, una donna senz’altro attenta, non ha certamente deciso che il fatto non sussiste perché innamorata dello scrittore, o del suo incantevole discorrere. Lo ha fatto sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 414 c.p., idonea a salvarlo dalla censura di illegittimità costituzionale, come del resto molte altre disposizioni di quel codice penale adottato dal governo Mussolini.
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In altre parole, possono la giurisprudenza e il romanticismo incontrarsi in un’aula di tribunale, e convolare a giuste nozze? Pare che oggi questo sia successo. Era scontata una simile sentenza? Questo non posso assolutamente dirlo, pena mettere subito a repentaglio questa difficile unione tra diritto e fantasia romantica.
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Post scriptum.
Art. 11 della Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen del 1793: “Voies de fait et résistance légitime. Tout acte exercé contre un homme hors des cas et sans les formes que la loi détermine, est arbitraire et tyrannique; celui contre lequel on voudrait l’exécuter par la violence a le droit de le repousser par la force“. L’ideale romantico fatto legge. Questo è stato chiesto (tra le righe), questo è stato trovato (tra le righe) quest’oggi, 19 ottobre 2015, in una sorda e grigia aula di un tribunale penale torinese.
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Quella bocca veste converse

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Arrivo in biblioteca col freno posteriore della vespa che cigola un poco, dispettoso; alla sera, quando ormai è ora di rincasare, scopro con gioia fanciullesca che anche la leva della frizione ha preso coraggio e, d’improvviso, cerca il dialogo con misurati cinguettii, quando la rilascio. Tiro la frizione, salgo di marcia, mollo la frizione, questa cinguetta e io sorrido. Così fino a casa.

La ragazza seduta davanti a me è bella particolare. Ho preso posizione in uno dei pochi posti che ho trovato liberi sull’ora di pranzo, in un’assemblea di fogli e libri chiusi diligentemente, disposti a marcare il territorio. Lei è arrivata poco dopo, si è seduta al suo posto riprendendo quasi subito lo studio. Oggi ho un sacco da fare, sono piuttosto indietro, ma la sensazione è piacevole: questa studentessa universitaria non mi distrarrà più del dovuto. Ha i lineamenti netti, come se nel tracciarle la sagoma del viso qualcuno si fosse soffermato a riflettere, sceso poco sotto gli orecchi, e poi avesse deciso di convergere al centro, al mento. Appena sopra si trova una bocca molto graziosa, che parla poco e talmente piano da non offrire mai un serio pretesto per farsi guardare, così torno ad appoggiare gli occhi sul mio grande libro. Di tanto in tanto mi soffermo su quella bocca e non capisco dove l’ho già vista e che legame particolare abbia con quel mento, ché forse è per via del contorno che mi sembra di conoscerla. Poi accade l’epifania: Michelle Hunziker. Nel senso che finalmente ne sono venuto a capo, ho colto la somiglianza che cercavo. Devo ammettere che quelle labbra chiuse e silenziose sono esattamente le sue, per quanto ne possa sapere io. Ora sono più tranquillo, lo studio procede con ritrovata progressione, le labbra permangono chiuse, nette; l’impressione iniziale trova precisa conferma, è un’ottima compagna di studio.

Si alza qualche volta per andare non so dove, immagino al bagno. Me ne accorgo pur senza alzare lo sguardo, per non passar male. Chissà dove andranno quelle converse colorate? Quel jeans largo in controtendenza, che le cela le gambe, probabilmente va in direzione ostinata e contraria; così come le labbra, curiosamente educate in una biblioteca frequentata da chiacchieroni; come la maglia smanicata che indossa, colpisce perché nera e senza scollo. Dev’essere senz’altro una ragazza interessante, maledizione le ho appena guardato il culo. La sua amica se ne sarà accorta? Pazienza. Peraltro, con quel jeans sformato, per scorgerle il culo ci sarebbe voluta fantasia.

Mi chiedo secondo quale probabilistica le persone che non si conoscono si siedono allo stesso tavolo. Fantastico sulle coincidenze, conto mentalmente i posti a sedere dell’intera sala, quindi di tutto il primo piano; col piano terra non ho consuetudine, gioco forfettario, arrotondo per eccesso. Tra decine di piedi nudi vestiti di sandali o mocassini mi è capitata davanti una converse. I nostri sguardi si incrociano appena due volte in tutto il pomeriggio, ma alla seconda volta, quando ho ormai completato buona parte del mio programma, capisco che in realtà quella bocca che veste converse io già la conosco. Non perché ci veda un sorriso famoso, bensì perché ci piacciamo su instagram. Ora che ci penso è proprio lei: ieri le garbava una foto che ho scattato a una ciminiera tozza paragonandola a un ciliegio in fiore senza età.

Dunque, ci conosciamo? Che strani i rapporti di oggi. Forse se avesse pubblicato una foto delle sue converse avrei riconosciuto prima loro della bocca, ma in realtà pubblica quasi esclusivamente paesaggi. Potrei salutarla, improvvisare. Qualcosa che principia con un sorriso sbarazzino maldestro intraprendente che introduce parole in libertà, curiosità in pillole, ieri premevi il bottone col cuore, oggi son io che attacco bottone. Dunque, ci conosciamo? Torno alla vespa pensandoci su. La bocca in converse se ne è andata poco dopo le sette, poco prima di me, ci siamo detti ciao alla fine. Quel che penso di tutta questa storia sviluppatasi nell’arco di un pomeriggio è che effettivamente si è svolta davanti ai miei occhi, e non su instagram. Le tue foto sono carine, ma non sapevo che il tuo sorriso vestisse converse.

Non so niente di te, conosco un sacco di cose che ti piacciono, com’è che ti chiami?, avrei anche altre domande, non sono sicuro di poterne intuire le risposte. Ora che ci penso, ti ho detto che la mia pesca è una tabacchiera. Magari, la prossima volta che ci vediamo, ti racconterò della mia vespa che ogni tanto cinguetta, mentre sorrido, tornando a casa.

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Conchiglie

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Il tempo impegnato a riflettere non è mai sprecato.
Lo sguardo rivolto al passato, tuttavia, è sempre tempo sottratto al presente.

Il paradosso di questa improvvisa quanto indesiderata valutazione pomeridiana sta nel prendere atto che il percorso di perfezionamento di ognuno di noi parte da lontano, ed è tanto più accurato quanto più siamo capaci di ricordare qual è stato il nostro cammino. L’esercizio del ricordo sta nel possedere ogni esperienza e farne tesoro, al netto di forzature quali idealizzazioni o, ancor peggio, perdite. Il giusto equilibrio tra nostalgia irrequieta e disinvolto pragmatismo credo che non appartenga all’animo umano, perché tutti noi cediamo all’una e all’altra corrente a seconda del momento; ciò non ostante, è bene precisarlo, i ricordi smettono di assolvere la loro precipua funzione di apporto al presente quando finiscono per tradursi in condizionamento leggero e sotterraneo di ogni nostra azione futura.

Come se il tempo trascorso a raccogliere conchiglie sul bagnasciuga ci avesse donato una discreta capacità nel riconoscerle quali splendidi resti di vita marina, e al tempo stesso negato la curiosità di cogliere analoghe sensazioni al cospetto di piccoli frammenti di corallo.

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Perth

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Cielo costellato di lampi, e Bon Iver in macchina fino a Sammommè.
Certo che ormai da un po’ son fuori tempo, d’altronde non ho mai avuto il senso del ritmo… Se penso agli schemi ho il prurito, così come ad ogni accenno di impegno: prendo sempre più confidenza col condizionale perché l’indicativo mi sta stretto. Dopo un po’ naturalmente rinsavisco, torno in me! Ma il cruccio vero è che vorrei tornare in te.
E piangere tra le tue braccia – anziché tra le mie, vuote – lacrime colme di gioia.

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Oscenità

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Show interrotto al Cocoricò, storico locale di Riccione, dove i Carabinieri sono intervenuti durante la serata ‘Memorabilia‘ in cui si esibiva la compagnia teatrale Fanny&Alexander di Ravenna con uno spettacolo che prevedeva nudi artistici. Secondo i militari si è trattato di atti osceni in luogo pubblico; inoltre per un’opera teatrale serve la comunicazione alle autorità. Gli artisti sono stati portati in caserma per l’identificazione. Per la direzione del locale “si è trattato di censura”.

da Il Fatto Quotidiano del 24 febbraio 2014

In queste poche righe è condensato l’eterno conflitto che accompagna la libertà d’espressione. L’aspetto più interessante della vicenda è che la performance artistica non è nuova, bensì un omaggio a Marina Abramovic che aveva già portato i corpi nudi alla Galleria di Arte Moderna di Bologna nel lontano 1977. Quel che era osceno in quegli anni lo è ancora oggi? O forse, paradossalmente, la società odierna tende a giustificare quel che accadeva in quella decade di fermento, cullandosi nella tanto desiderata stabilità di ovatta che lentamente addomestica.

L’ipotesi di reato scorta dai militari all’interno della discoteca è di concorso aggravato in atti e spettacoli osceni. Ma di cosa stiamo parlando quando si nomina l’oscenità? Osceno deriva dal latino ob scenum e rappresenta ciò che sta al di fuori della scena, quanto di più nascosto. Osceno è quel che non si può e non si deve vedere, di cui nemmeno dovrebbe raccontarsi, da quanto è osceno. L’oscenità si ricollega alla censura, ghigliottina che interviene puntuale nel momento in cui viene svelato qualcosa che doveva rimanere coperto, sia esso un corpo, un accadimento o più spesso un’idea. A ben vedere è il confronto fratricida tra due arti simili ma piegate ad interessi contrapposti: l’arte del manifestare la libertà di pensiero, attraverso anche provocazioni, stimoli pungenti, pruderie, spinta fino alla sua forma più marcatamente d’impegno civico che è il giornalismo d’inchiesta serio che smaschera il potere; e l’arte del celare, attraverso la buoncostume prima e la pubblica sicurezza adesso, al fine di tutelare il pensiero vergine dei consociati, per non destare oltremodo le coscienze e non far gridare allo scandalo, spinto finanche all’extrema ratio dell’apposizione del segreto di stato su quanto v’è di più meritevolmente osceno, sì tanto da doversi mettere sotto chiave per preservare gli interessi nazionali.

Purtroppo il bilanciamento tra queste due esigenze ancora vede prevalere il bigottismo di regime, asservito alle manovre principesche volte alla preservazione del potere. La censura di una rappresentazione artistica è nutrimento che ci viene tolto di bocca, lasciandoci con un appetito latente di conoscenza che non potremo soddisfare in egual modo altrove. Se non ovviamente ricorrendo alla monodose preconfezionata che ci viene somministrata cotidie dalla televisione o dall’editoria grande. La censura di una rappresentazione artistica non è cosa poi così lontana dal depennamento di una notizia scomoda nella riunione di redazione in cui si decide la scaletta dei fatti del giorno. L’arte e l’informazione sono nutrimenti d’importanza primaria per un popolo consapevole: che la censura ricada sull’una piuttosto che sull’altra non deve lasciare indifferenti, perché è una privazione, un’offesa alla nostra intelligenza.

Questi militari in abiti borghesi che hanno interrotto la performance all’interno del Cocoricò per portare tutti in caserma hanno difeso l’osceno. Sembra una cosa da poco, ma hanno reso un servizio utile alla censura più cieca. Anche i militari d’altronde sbagliano, e la cronaca recente è piuttosto colma di eccessi di potere dell’uomo in divisa. Tuttavia, il potere costituito trae sempre vantaggio dalla censura, giacché può usarla una prima volta per mettere a tacere, ed una seconda per insabbiare quanto accaduto. Questa ridondanza – oscena veramente –, contrasta in maniera profonda col consueto silenzio che accompagna i parenti delle vittime nelle aule di giustizia.

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Violenza sensuale

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Quello che la primavera fa ai ciliegi non mi basta.

Non mi accontenterei mai di farti sbocciare. Per cosa? Farti bella agli occhi degli altri? Una volta in fiore, saresti comunque destinata ad appassire… ed il corso naturale delle cosa vuole che presto o tardi arrivi un’altra primavera per te. Che non mi riguarderà. Se contrasto dev’esservi tra la poesia di marzo e l’angosciante scorrere delle stagioni, preferisco qualcosa di più pungente. Ho in mente l’agrifoglio che diventa splendido colorandosi di rosso acceso con l’arrivare del freddo, resiste all’inverno, le bacche sbocconcellate dagli uccelli, vede l’anno nuovo. Il misticismo racchiuso nelle abitudini della natura è incantevole, ispira i poeti e giustifica qualsiasi sentimento umano.

Ti violenterei di dolcezza infinita.

Si può?