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Vieni qui

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Vieni qui, ho voglia di far l’amore.
Non vedi che sono pazzo di te? Ma certo che non c’è nessuno in casa.
Dai, muoviti, dammi un bacio, succhiami le labbra, più grandi di così tanto non possono diventare.
Che meraviglia sei. Uno spettacolo della natura, una rappresentazione di ciò che di bello c’è al mondo. I miei occhi si aprono e si chiudono ad ammirarti come fossero il sipario di un teatro fantastico.
Non esitare, non posso attendere un attimo di più. Vieni qui.
Cammina su quei tuoi piedi magnifici, cammina sopra di me, poi scendi a trovarmi. Ma non ci mettere troppo, con i passi piccoli che hai.
Sorridi. Sorridimi.
Fammi vedere come sollevi quelle gote incredibili, mostrami come con quel sorriso illumini ciò che ti circonda, il tuo bel musetto in primis.
Sei una luce che non si spegne mai, un faro acceso solo per me.

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El arte de navegar

Café Desvelado

Llega noviembre y pone fin al “veraño”, y es que parece que la lluvia ya se ha instalado en nuestras calles para quedarse. Pero que no cunda el pánico. Ya nos contaron alguna vez eso de que los cambios siempre vienen bien. Quizá sea un buen momento para salir a navegar… De todo esto habla precisamente nuestra nueva Carta al Director del mes. Gracias como siempre a todos y en especial a los que nos habéis mandado vuestras historias. ¡Feliz noviembre!

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00/08/1968. ST.TROPEZ: BRIGITTE BARDOT

Hace relativamente poco tiempo comprendí lo que me costó un año entero entender. Y es curioso lo fácil que nos resulta aprender ciertas lecciones y lo difícil que nos resultan otras. “Lo que nos gusta complicarnos la vida”, diría más de uno, como si no fuera ya de por sí bastante complicada.

Y creo que realmente entendí todo en una clase de Filosofía del Derecho, con uno de esos profesores…

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Perth

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Cielo costellato di lampi, e Bon Iver in macchina fino a Sammommè.
Certo che ormai da un po’ son fuori tempo, d’altronde non ho mai avuto il senso del ritmo… Se penso agli schemi ho il prurito, così come ad ogni accenno di impegno: prendo sempre più confidenza col condizionale perché l’indicativo mi sta stretto. Dopo un po’ naturalmente rinsavisco, torno in me! Ma il cruccio vero è che vorrei tornare in te.
E piangere tra le tue braccia – anziché tra le mie, vuote – lacrime colme di gioia.

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Quotidiane disfunzioni

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Ieri mattina, dopo appena cinque minuti di viaggio, ho tamponato una anziana signora che non so se mi ha sorpreso di più per la lentezza con cui si voleva immettere in una rotonda completamente libera o per la velocità con cui mi ha fatto chiamare dalla sua compagnia assicurativa.

Ieri sera, in maniera del tutto inattesa, la seconda doccia fredda, letteralmente: era andata in blocco la caldaia. Sono solito abbandonare l’acqua calda quando arrivano i trenta gradi, ma ad ogni modo avrei gradito decidere io quando iniziare. Ma tant’è.

Stanotte, dalle ore 00.00 alle ore 07.40, ho finito di scrivere le conclusioni della tesi. Due specializzandi, due Ceres e due fiaccole a casa Quaranta. Per rileggere ho impiegato fino alle 08.30.

Stamani ho portato la tesi a ricevimento dalla mia relatrice, che mi ha detto che non mi garantisce di farmi diplomare a luglio perché è molto impegnata, e non ha nemmen voluto le dieci pagine di conclusioni stilate nottetempo e stampate di fortuna. Quant’è umana lei.

Dopopranzo recupero le ore di sonno, e un po’ di pace interiore, andando a trovarla al Parco della Pace in monociclo.

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Primizie

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Sammommè, mia terra d’elezione.

Sono tornato ad avventurarmi nell’orto dietro casa, un giardino su più terrazze cui si accede grazie ad una scala in muratura costruita da mio babbo. Il sole del tocco rendeva di una bellezza accecante tutto ciò che mi si parava davanti, ad iniziare dalle rose più alte di me. L’orto sale dal tetto di casa fino alla foresta e gode di una discreta esposizione. Subito mi è caduto l’occhio sul prato di foglie morbide delle fragoline di bosco, un verde intenso tutto punteggiato di rosso morbillo: mi sono accovacciato e, con tutta la calma del mondo, immerso nel silenzio più totale, ho principiato la raccolta. Mi sono arreso soltanto una volta riempita la vaschetta, che, qualche spanna appena sotto al mento, stava inebriandomi di un profumo dolce. Ho adagiato tutto sul tetto di casa e ho seguitato a salire.

Le scale che separano una terrazza dall’altra sono morbide e ti accolgono scortate da alberi da frutto d’ogni tipo. Il primo ad incontrarsi è un melo, i cui rami fungono da appiglio sicuro in assenza di corrimano; dopodiché, sulla destra, ad alleggerire la pressione con la sua ombra si erge un ricco susino. La prima terrazza accoglie piccole piante di pomodoro e di zucchina. Poco più dietro, a ridosso del muro, vi sono due vasche colme di terra e, in minuscoli vasi, altre piantine di pomodoro. C’è poi una fitta macchia verde scura di foglie opposte le une alle altre: le sfioro con la mano destra, le lascio scorrere tra le dita per essere invaso dall’odore pungente della menta selvatica. Un nespolo ed un alto fico mi osservano silenti mentre gioco con la natura.

Salgo ancora più su, costeggiando una bassa siepe di alloro e trovando quello che a primo impatto sembrerebbe essere un altro bel cespuglio di menta, dall’odore forte di limone stavolta: è melissa. Anche lei è protetta da un superbo nocciolo che le fa ombra ed al tempo stesso cinge i prossimi gradini. Di sopra, oltre la terrazza dove si trova la capanna degli attrezzi, c’è un prato spoglio completamente adombrato da alti castagni. Questi signori meridionali ultimamente non se la passano molto bene, sono malati, tuttavia le loro chiome sembrano più sane adesso.

Fo per guadagnare l’ultima terrazza, quella dove spiccano due casette delle api, una gialla ed una rossa, quando un rumore di calpestio cattura la mia attenzione. Viene da poco più su, oltre la rete di recinzione, nel bosco totale, ed è un bambi che mi osserva grazioso con i suoi occhi scuri e brillanti come le notti senza luna. Come se d’improvviso avessi davanti a me la Gorgona, mi faccio pietra; e, a fronte di tanto natural spettacolo, non mi preoccupa nemmen più il ronzio vicino delle api.

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L’Homme et la mer

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Homme libre, toujours tu chériras la mer!
La mer est ton miroir; tu contemples ton âme
Dans le déroulement infini de sa lame,
Et ton esprit n’est pas un gouffre moins amer.

Tu te plais à plonger au sein de ton image;
Tu l’embrasses des yeux et des bras, et ton coeur
Se distrait quelquefois de sa propre rumeur
Au bruit de cette plainte indomptable et sauvage.

Vous êtes tous les deux ténébreux et discrets:
Homme, nul n’a sondé le fond de tes abîmes;
Ô mer, nul ne connaît tes richesses intimes,
Tant vous êtes jaloux de garder vos secrets!

Et cependant voilà des siècles innombrables
Que vous vous combattez sans pitié ni remords,
Tellement vous aimez le carnage et la mort,
Ô lutteurs éternels, ô frères implacables!

— Charles Baudelaire