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Quella bocca veste converse

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Arrivo in biblioteca col freno posteriore della vespa che cigola un poco, dispettoso; alla sera, quando ormai è ora di rincasare, scopro con gioia fanciullesca che anche la leva della frizione ha preso coraggio e, d’improvviso, cerca il dialogo con misurati cinguettii, quando la rilascio. Tiro la frizione, salgo di marcia, mollo la frizione, questa cinguetta e io sorrido. Così fino a casa.

La ragazza seduta davanti a me è bella particolare. Ho preso posizione in uno dei pochi posti che ho trovato liberi sull’ora di pranzo, in un’assemblea di fogli e libri chiusi diligentemente, disposti a marcare il territorio. Lei è arrivata poco dopo, si è seduta al suo posto riprendendo quasi subito lo studio. Oggi ho un sacco da fare, sono piuttosto indietro, ma la sensazione è piacevole: questa studentessa universitaria non mi distrarrà più del dovuto. Ha i lineamenti netti, come se nel tracciarle la sagoma del viso qualcuno si fosse soffermato a riflettere, sceso poco sotto gli orecchi, e poi avesse deciso di convergere al centro, al mento. Appena sopra si trova una bocca molto graziosa, che parla poco e talmente piano da non offrire mai un serio pretesto per farsi guardare, così torno ad appoggiare gli occhi sul mio grande libro. Di tanto in tanto mi soffermo su quella bocca e non capisco dove l’ho già vista e che legame particolare abbia con quel mento, ché forse è per via del contorno che mi sembra di conoscerla. Poi accade l’epifania: Michelle Hunziker. Nel senso che finalmente ne sono venuto a capo, ho colto la somiglianza che cercavo. Devo ammettere che quelle labbra chiuse e silenziose sono esattamente le sue, per quanto ne possa sapere io. Ora sono più tranquillo, lo studio procede con ritrovata progressione, le labbra permangono chiuse, nette; l’impressione iniziale trova precisa conferma, è un’ottima compagna di studio.

Si alza qualche volta per andare non so dove, immagino al bagno. Me ne accorgo pur senza alzare lo sguardo, per non passar male. Chissà dove andranno quelle converse colorate? Quel jeans largo in controtendenza, che le cela le gambe, probabilmente va in direzione ostinata e contraria; così come le labbra, curiosamente educate in una biblioteca frequentata da chiacchieroni; come la maglia smanicata che indossa, colpisce perché nera e senza scollo. Dev’essere senz’altro una ragazza interessante, maledizione le ho appena guardato il culo. La sua amica se ne sarà accorta? Pazienza. Peraltro, con quel jeans sformato, per scorgerle il culo ci sarebbe voluta fantasia.

Mi chiedo secondo quale probabilistica le persone che non si conoscono si siedono allo stesso tavolo. Fantastico sulle coincidenze, conto mentalmente i posti a sedere dell’intera sala, quindi di tutto il primo piano; col piano terra non ho consuetudine, gioco forfettario, arrotondo per eccesso. Tra decine di piedi nudi vestiti di sandali o mocassini mi è capitata davanti una converse. I nostri sguardi si incrociano appena due volte in tutto il pomeriggio, ma alla seconda volta, quando ho ormai completato buona parte del mio programma, capisco che in realtà quella bocca che veste converse io già la conosco. Non perché ci veda un sorriso famoso, bensì perché ci piacciamo su instagram. Ora che ci penso è proprio lei: ieri le garbava una foto che ho scattato a una ciminiera tozza paragonandola a un ciliegio in fiore senza età.

Dunque, ci conosciamo? Che strani i rapporti di oggi. Forse se avesse pubblicato una foto delle sue converse avrei riconosciuto prima loro della bocca, ma in realtà pubblica quasi esclusivamente paesaggi. Potrei salutarla, improvvisare. Qualcosa che principia con un sorriso sbarazzino maldestro intraprendente che introduce parole in libertà, curiosità in pillole, ieri premevi il bottone col cuore, oggi son io che attacco bottone. Dunque, ci conosciamo? Torno alla vespa pensandoci su. La bocca in converse se ne è andata poco dopo le sette, poco prima di me, ci siamo detti ciao alla fine. Quel che penso di tutta questa storia sviluppatasi nell’arco di un pomeriggio è che effettivamente si è svolta davanti ai miei occhi, e non su instagram. Le tue foto sono carine, ma non sapevo che il tuo sorriso vestisse converse.

Non so niente di te, conosco un sacco di cose che ti piacciono, com’è che ti chiami?, avrei anche altre domande, non sono sicuro di poterne intuire le risposte. Ora che ci penso, ti ho detto che la mia pesca è una tabacchiera. Magari, la prossima volta che ci vediamo, ti racconterò della mia vespa che ogni tanto cinguetta, mentre sorrido, tornando a casa.

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Vieni qui

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Vieni qui, ho voglia di far l’amore.
Non vedi che sono pazzo di te? Ma certo che non c’è nessuno in casa.
Dai, muoviti, dammi un bacio, succhiami le labbra, più grandi di così tanto non possono diventare.
Che meraviglia sei. Uno spettacolo della natura, una rappresentazione di ciò che di bello c’è al mondo. I miei occhi si aprono e si chiudono ad ammirarti come fossero il sipario di un teatro fantastico.
Non esitare, non posso attendere un attimo di più. Vieni qui.
Cammina su quei tuoi piedi magnifici, cammina sopra di me, poi scendi a trovarmi. Ma non ci mettere troppo, con i passi piccoli che hai.
Sorridi. Sorridimi.
Fammi vedere come sollevi quelle gote incredibili, mostrami come con quel sorriso illumini ciò che ti circonda, il tuo bel musetto in primis.
Sei una luce che non si spegne mai, un faro acceso solo per me.